Fidei Communio 2026/1
Rivista semestrale di Teologia e Studi religiosi
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Contributi di Alessandro Clemenzia, Marta Busani, Pierpaolo Donati, Mario Morcellini, José Rico Pavés, Arturo Cattaneo, Miguel de Salis, Francesco Spinelli, Jacques Servais, Hyacinthe Destivelle, Nicola Salato, Jacques Bagnoud, Marco Lamanna, Massimo Borghesi, Francesca Leto
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Fidei Communio 2026/1
Nicola Salato
Il tema della communio nella riflessione di Henri de Lubac: sondaggio ecclesiologico
Il pensiero ecclesiologico di Henri de Lubac (1896-1991) si condensa nell’idea della Chiesa come «luogo» nel quale si sviluppa la vocazione soprannaturale dell’umanità.1 In questo particolare spazio, emerge il concetto di communio,2 che, come altri termini ad esso correlati, ha principalmente il significato di «comunione in Cristo»; quest’ultima è resa possibile dalla Chiesa, «Madre di unità e di vita», sacramento di comunione degli uomini con Dio. In questa prospettiva, scrive de Lubac,
la Chiesa è per noi, nella forma rispondente alla nostra condizione terrestre, la realizzazione stessa di questa comunione tanto desiderata. Essa non solo ci prepara a questa vita unitiva, ma ce ne fa già partecipi. I vincoli con cui sembra imprigionarci non mirano che a liberarci, per dilatarci ed unirci.3
Infatti, grazie all’azione dello Spirito, nella Chiesa, è possibile la comunione dei suoi membri tra loro e con Dio; quest’aspetto è al centro del famoso «libro programma»4 o «libro delle primizie»5 dal titolo Catholicisme del 1938,6 dove sostiene che la comunione, nella sua dimensione sociale, è una grazia donata, nella Chiesa, da custodire per tutti.7 Inoltre, come scrive von Balthasar, la communio è «l’orizzonte estremo, mai raggiungibile dalle nostre esperienze e dalle nostre prestazioni; esso rimane l’eternamente e gratuitamente donato».8Data la vastità dell’argomento, affronteremo il tema della
Data la vastità dell’argomento, affronteremo il tema della Ecclesia Mater, generatrice di comunione, nella sua sacramentalità, per poi concentrarci sul concetto di Chiesa universale come comunione di Chiese locali. Infine, nell’ultima sezione, metteremo in risalto come la communio, in primo luogo, «designa l’eucaristia»9 e come l’istituzione del mistero eucaristico divenga – secondo de Lubac – l’autentico «luogo generativo» della comunione.10
1. La Chiesa Ecclesia Mater: riflesso della sacramentalità
La Chiesa è un progetto di salvezza, realizzato dalla comunione eterna della Trinità, già «prefigurata e preparata»11 nella comunità ebraica, fino a raggiungere la piena e perfetta realizzazione nella morte e risurrezione di Cristo (1Cor 11,25). In questo evento la comunità cristiana è chiamata a costituire il nuovo popolo di Dio. Secondo H. de Lubac nell’oblazione cruenta sulla croce è abbattuto il muro che divide i giudei dai gentili, per formare un solo popolo nuovo (Ef 2,13-16). La mediazione della Chiesa non si risolve solo nell’annunciare o attualizzare il messaggio del Nazareno, ma ne rende presente l’efficacia salvifica; quest’ultima si manifesta, in primis, nella comunione. Scrive de Lubac:
Nella totalità del suo essere essa [la Chiesa] ha per fine di rivelarci il Cristo, di condurci a Lui, di comunicarci la sua grazia; non esiste insomma che per metterci in rapporto con Lui. Essa sola lo può fare, e non potrà mai cessare di farlo. Non verrà mai il momento, tanto nella vita degli individui quanto nella storia dei popoli, in cui il suo compito debba o semplicemente possa finire. Se il mondo perdesse la Chiesa, perderebbe la Redenzione.12
In questo modo, risalendo alla mediazione della comunità cristiana, il teologo di Lione invita a ripensare la comunità cristiana a partire dal suo aspetto “paradossale”. La Chiesa, nella sua più intima costituzione, si origina dal mistero trinitario, configurandosi come il luogo nel quale l’esperienza di fede si esprime. La teologia è, infatti, l’autocoscienza critica riflessa non solo della fede, ma della fede della comunità, perché solo in essa tutto ciò si realizza. Secondo de Lubac, la Chiesa diventa lo spazio imprescindibile nel quale si manifesta il mistero del soprannaturale; così facendo lo studioso preannuncia moltissimi motivi che staranno al centro dell’assise conciliare. In particolare, vogliamo richiamare quello della sacramentalità, in quanto esso agisce in funzione della comunione, scrive de Lubac:
Se il Cristo è il Sacramento di Dio, la Chiesa è per noi il sacramento di Cristo; essa lo rappresenta secondo tutta l’antica forza del termine: essa ce lo rende presente in verità. Non solo prosegue l’opera di Lui, ma continua Lui stesso, in un senso incomparabilmente più reale di quanto qualunque istituzione umana continui il suo fondatore.13
La Chiesa, nonostante la presenza in essa dell’errore e del peccato, sperimenta l’opera dello Spirito;14 essa è originata da Dio, che la ricostituisce, ogni volta, nonostante la sua fragilità15 in quanto frutto del suo progetto, luogo dell’incontro con lui e mezzo attraverso il quale egli opera.
La comunità cristiana è – secondo de Lubac – mistero paradossale; infatti presenta un volto umano (storico-visibile) e un volto divino (mistico-invisibile). La mescolanza tra i due volti si condensa nella sua sacramentalità, il cui fine è di stabilire la relazione di comunione tra Dio e gli uomini. Per questi motivi:
la Chiesa è umana e divina, un dono che scende a noi dall’alto e che viene su dal basso. È fatta di uomini. E gli uomini, con tutto il peso di una natura pesante e ferita, oppongono resistenza alla Vita che la Chiesa stessa si sforza di far penetrare in loro. […] Umile e maestosa.16
La sacramentalità, pertanto, incentiva questa comunione con Dio e tra gli uomini, attraverso Cristo, deriva la Chiesa, quale grande sacramento, che «contiene e vivifica tutti gli altri»17 sacramenti. Nei primi secoli del cristianesimo la teologia della Chiesa è vita vissuta, nella coscienza dei cristiani la generatività di questa comunione sacramentale è data dalla maternità della Chiesa (
Nei primi secoli del cristianesimo la teologia della Chiesa è vita vissuta, nella coscienza dei cristiani la generatività di questa comunione sacramentale è data dalla maternità della Chiesa (Ecclesia Mater18), portatrice di salvezza, in quanto grembo generatore dell’uomo nuovo in virtù del battesimo:
Sia ancora benedetta questa grande Madre, per il Mistero divino che ci comunica introducendoci in esso per la doppia porta sempre aperta della sua Dottrina e della sua Liturgia! Sia benedetta per il perdono che ci garantisce! Sia benedetta per i focolari di vita religiosa che suscita, che protegge, e di cui alimenta la fiamma! Sia benedetta per il mondo interiore che ci svela e nella cui esplorazione la sua mano ci guida! Sia benedetta per il desiderio e la speranza che alimenta in noi! Sia benedetta anche per le illusioni che smaschera e dissipa in noi, affinché più pura sia la nostra adorazione! Sia benedetta questa grande Madre!19
Ha sempre suscitato dentro di me un grande stupore, questo passaggio del libro Méditation sur l’Église, con la riflessione teologica che lascia spazio ad un’esperienza personale, è una vera e propria professione di fede, e con il suo modo di intendere la Chiesa come comunione.
Questo testo, redatto in un momento molto delicato per il gesuita francese, mette in risalto il valore della fede, senza il quale non è possibile una vera e concreta esperienza della maternità premurosa della Chiesa. Infatti, proprio in virtù di questa sua costituzione “materna”, la comunità cristiana diviene generatrice di comunione. Scrive de Lubac: «La Chiesa è mia madre perché mi ha generato alla vita».20 Naturalmente l’emblema di questa maternità è la Vergine Maria.21 Il libro, scritto in una particolare condizione emotiva del teologo, messo ai margini nelle istituzioni accademiche dell’epoca, si trasforma in un vero e proprio testamento spirituale, dove il legame sacramentale è più potente delle situazioni avverse, superate grazie all’esperienza filiale/materna, vissuta in seno alla Chiesa.22 L’aspetto materno struttura l’identità più autentica della comunità, rivelandone la sua precarietà e fragilità; infatti la comunità cristiana non è un’altra ipostasi della Trinità, ma il mezzo o lo strumento del quale Cristo si serve per manifestarsi agli uomini e comunicare la grazia. In questo modo è stata intesa dai Padri anticipando le acquisizioni dell’assise conciliare.23 La Chiesa, divenendo comunione/mediazione di salvezza, offerta da Dio a tutti i credenti rappresenta la via privilegiata per incentivare questo “incontro”. De Lubac comprende che per ritornare a questa sorgente di vita, nella quale vi è una profondissima esperienza di comunione, occorre risalire alla tradizione patristica più autentica. Grazie alla tradizione vivente dei Padri avviene quel principio di continuità, nella comunione, tra l’epoca apostolica e le generazioni successive fino alla fine dei tempi. In questo senso, si perpetua nella storia quel vinculum caritatis, che è la vera comunione, come propone l’adagio, citato dal teologo francese, di sant’Ambrogio: Corpus Christi Ecclesia est, quae vinculo stringitur caritatis.24
2. La Chiesa come comunione di chiese
L’idea di comunione, che ha il suo primo «luogo generativo» nella maternità/sacramentalità della Chiesa, si riverbera nell’osmotico rapporto tra Chiesa locale e Chiesa universale; questo tema è al centro di uno scritto di de Lubac dal titolo Les églises particulières dans l’Église universelle del 1971.25 In questo breve ma denso studio, si affronta il tema dell’unica comunione in Cristo, che si riflette nelle realtà locali. Questo agile scritto, cui dedichiamo adesso la nostra attenzione, anticipa un ampio e vigoroso dibattito, che si svilupperà negli anni successivi alla svolta conciliare. Denis Dupont-Fauville, nella prefazione all’edizione francese, sostiene che il teologo francese non ha mai pensato di scrivere un trattato di ecclesiologia, né un manuale scolastico, ma fornisce chiavi di interpretazione ereditate dalla tradizione, rilette in modo personale, per rinnovare il nostro modo di pensare.
Questa ricerca, senza dubbio, non sostiene una visione verticistica della Chiesa universale, così come sembra emergere dal Dictatus Papae di Gregorio VII. Alla base di questa ricerca, sulla connessione-relazione della Chiesa universale con le Chiese locali, ha giocato un significativo ruolo l’istituzione dell’eucaristia, mettendo in risalto che laddove il vescovo celebra l’eucaristia, lì si realizza la Chiesa. Questa ricerca diventa una sorta di interpretazione del testo conciliare, anche se scritto prima del Vaticano II, in particolare nel famoso passo della Lumen gentium dove si sostiene che le Chiese particolari «sono formate a immagine della Chiesa universale, nelle quali e a partire dalle quali [in quibus et ex quibus] esiste la sola e unica Chiesa cattolica».26Il teologo francese, nella ricerca di una soluzione equilibrata, si inserisce, idealmente, nella discussione, avallando l’ipotesi, in seguito al centro di un animato dibattito tra Joseph Ratzinger e Walter Kasper, di una Chiesa universale nella sua costituzione previa (storica e ontologica) rispetto alle Chiese locali, grazie all’istituzione del mistero eucaristico nelle parole di Gesù nell’Ultima cena. La Chiesa universale, nelle sue figure paradigmatiche dirigenziali e autoritative, non è un “secondo momento” o una “seconda fase” rispetto alle Chiese locali; infatti «tra Chiesa particolare e universalità della Chiesa “c’è come una mutua interiorità”».
Il teologo francese, nella ricerca di una soluzione equilibrata, si inserisce, idealmente, nella discussione, avallando l’ipotesi, in seguito al centro di un animato dibattito tra Joseph Ratzinger e Walter Kasper, di una Chiesa universale nella sua costituzione previa (storica e ontologica) rispetto alle Chiese locali, grazie all’istituzione del mistero eucaristico nelle parole di Gesù nell’Ultima cena. La Chiesa universale, nelle sue figure paradigmatiche dirigenziali e autoritative, non è un “secondo momento” o una “seconda fase” rispetto alle Chiese locali; infatti «tra Chiesa particolare e universalità della Chiesa “c’è come una mutua interiorità”».27 In questo passaggio, il teologo francese cita letteralmente un testo di Yves Congar,28 che studia, in chiave storico-teologica, le vicende dell’episcopato nella comunità cristiana e dove il padre domenicano sostiene che in ogni Chiesa locale è presente tutta la Chiesa universale; in questo modo si interpretano anche, secondo de Lubac, le allusioni di Paolo al tema della Chiesa universale nelle missive rivolte alle Chiese particolari. Così facendo, de Lubac supera l’ipotesi di una Chiesa federativa che raggruppa le diverse Chiese locali, intendendo la somma di queste ultime come Chiesa universale. L’aspetto profetico, che resta ancora oggi una valida chiave ermeneutica di LG 23, è che a sancire quest’unità non è solo il frutto della celebrazione eucaristica, «un momento della Chiesa particolare»,29 ma la natura dell’unità dell’episcopato, dove viene ritrovato il senso specifico di questa comunione (unità). L’idea presentata è che l’episcopato è tutto intero in ciascun vescovo, così
l’eucaristia celebrata dal vescovo non realizza solo […] l’unità del popolo riunito attorno a lui [ma] nello stesso momento, in modo indivisibile, realizza l’unità di questo popolo con tutti gli altri che, in altri luoghi, attorno al loro vescovo, partecipano allo stesso mistero.30
Sulla scorta di Congar, si sostiene che l’allontanamento del papa dal collegio episcopale non rispecchia l’autentica e vera natura della Chiesa, che vede il romano pontefice garante dell’unità all’interno della pluralità delle Chiese locali.De Lubac, con ampio riferimento come sempre all’autentica tradizione dei Padri, sostiene la non conflittualità tra unità e pluralità. Non solo; anche, in questo caso, a nostro avviso, gioca un ruolo chiave il concetto di comunione, che non crea opposizione tra due realtà, ma è saldamente radicato in una visione unitaria rispetto agli esiti di una ecclesiologia societaria e gerarchica del tempo. È proprio la comunione il principio attraverso il quale si riflette la realtà della Chiesa universale nelle Chiese locali, senza subordinarle alla sede romana e senza considerarle una sorta di federazione o somma di Chiese locali a scapito di un autentico concetto di unità e di collegialità episcopale.In questo particolare tema, de Lubac evidenzia che la comunione non è un assorbimento delle differenze, tra l’aspetto locale e quello universale, ma piuttosto implica e indica la relazione con Cristo. Quest’ultima permette di saper cogliere quei “semi di verità”, che provengono non solo dal di dentro delle nostre comunità, ma anche dalle altre confessioni cristiane e, addirittura, anche dalle altre esperienze religiose.
De Lubac, con ampio riferimento come sempre all’autentica tradizione dei Padri, sostiene la non conflittualità tra unità e pluralità. Non solo; anche, in questo caso, a nostro avviso, gioca un ruolo chiave il concetto di comunione, che non crea opposizione tra due realtà, ma è saldamente radicato in una visione unitaria rispetto agli esiti di una ecclesiologia societaria e gerarchica del tempo. È proprio la comunione il principio attraverso il quale si riflette la realtà della Chiesa universale nelle Chiese locali, senza subordinarle alla sede romana e senza considerarle una sorta di federazione o somma di Chiese locali a scapito di un autentico concetto di unità e di collegialità episcopale.In questo particolare tema, de Lubac evidenzia che la comunione non è un assorbimento delle differenze, tra l’aspetto locale e quello universale, ma piuttosto implica e indica la relazione con Cristo. Quest’ultima permette di saper cogliere quei “semi di verità”, che provengono non solo dal di dentro delle nostre comunità, ma anche dalle altre confessioni cristiane e, addirittura, anche dalle altre esperienze religiose.
In questo particolare tema, de Lubac evidenzia che la comunione non è un assorbimento delle differenze, tra l’aspetto locale e quello universale, ma piuttosto implica e indica la relazione con Cristo. Quest’ultima permette di saper cogliere quei “semi di verità”, che provengono non solo dal di dentro delle nostre comunità, ma anche dalle altre confessioni cristiane e, addirittura, anche dalle altre esperienze religiose.
3. L’eucaristia sacramento di comunione
L’ultimo segmento di questa breve riflessione è affidato ad un aspetto centrale per il teologo di Cambrai, che è l’istituzione dell’eucaristia, quale fonte di comunione per la vita della Chiesa. Il domenicano Aidan (John Christopher) Nichols sostiene che de Lubac, insieme a Ratzinger, è stato uno dei primi ad elaborare «una ecclesiologia eucaristica».31 Infatti, l’istituzione del mistero eucaristico, se da un lato manifesta l’essenza teandrica e paradossale della Chiesa, dall’altro annuncia la sua più alta rilevanza per la comprensione della communio, che non vuol significare un annullamento delle differenze, quanto piuttosto riportarci al luogo sorgivo della nascita della Chiesa.32 In questi termini, «l’Eucaristia ha con la Chiesa un rapporto come tra causa ed effetto, tra mezzo e fine e, nello stesso tempo, come tra segno e realtà».33
La comunità cristiana, in tal senso, ripresentata all’evento fondante, sperimenta che questo
passaggio dal sacramentum alla virtus sacramenti, ovvero dalla species visibilis alla res ipsa, avviene in essi con tale impeto e con tale immediatezza, in altri termini l’accento sulla Chiesa vien messo con tale forza che quando, in una trattazione sul mistero eucaristico, appare nudo e crudo il termine «Corpo di Cristo», esso designa spesso non l’Eucaristia ma la Chiesa.34
Con il rigoroso studio dal titolo Corpus Mysticum, la cui edizione originale risale al 1944, de Lubac mette in risalto il ruolo decisivo che l’evento eucaristico ha per la comprensione di una comunione che è donazione; celebrando l’evento eucaristico non solo si è resi contemporanei all’evento Cristo, ma si è trasformati in comunione. Per tutti questi motivi, l’eucaristia è percepita come il «cuore»35 di tutto l’organismo/Chiesa. Infatti, scrive de Lubac «in un contesto eucaristico, non è raro che communio designi l’unione con la Chiesa, il “christianorum consortium” o la “cattolica communio”, più che la recezione stessa del sacramento».36
Il libro Corpus Mysticum, attraverso una metodologia storica, evidenzia come al tempo di Berengario di Tours (1088) vi sia una evoluzione del concetto di Corpus Christi, che secondo Paolo rappresenta la Chiesa, ma che lentamente arriva a significare il vero e reale Corpo di Cristo nell’eucaristia, designando anche la Chiesa come Corpus Mysticum.37 Un esempio, in tal senso, è la bolla Unam Sanctam di Bonifacio VIII, nella quale la Chiesa è definita come «corpo mistico di Cristo».38
Tuttavia, l’aspetto principale messo in risalto è che, attraverso la comunione all’unico Pane e all’unico Calice, i credenti vengono coinvolti in questo movimento di comunione; essi stessi divengono «Corpo di Cristo», manifestando così l’essenza più autentica della Chiesa. In maniera acuta e con una competenza di altissimo livello, che sfiora il paradossale per quanto concerne la mole dei libri citati, de Lubac traccia la storia dell’evento eucaristico e la necessità di insistere sulla reale presenza di Cristo, nella celebrazione eucaristica, come il «luogo» sorgivo della Chiesa. In questo senso l’eucaristia è
prolungamento dell’Incarnazione, l’eucaristia ci è stata data per lo stesso scopo: come, secondo san Leone, il Signore Gesù s’è fatto carne nostra nascendo affinché noi diventassimo corpo suo rinascendo, così, portando avanti il suo disegno d’amore, Egli ci ha dato in cibo questa carne per affrettare la nostra rinascita nel suo Corpo.39
Nel contesto del dibattito con la riforma protestante, che sembra aver ricondotto il tutto al sacerdozio comune dei fedeli ed esasperato l’aspetto mistico e spirituale della comunità cristiana, de Lubac si rende conto che la metafora paolina di «Corpo di Cristo» non è una immagine trasmessa a suo tempo, ma implica la considerazione di una comunità anche nei suoi aspetti funzionali e istituzionali, diremo noi oggi, ministeriali.
Il Corpo di Cristo è l’unità di una diversa totalità, dove la comunità cristiana sperimenta che questa “egemonia” che Cristo esercita sulla Chiesa è una “supremazia” di santificazione e di amore.40 In questo passaggio, si comprende che l’invenzione della metafora di «corpo» racchiude il senso di compimento/completamento della comunità attorno all’unico pane e all’unico calice. In questa immagine paolina, viene messa in risalto la stretta correlazione tra «corpo» e «comunione»: i credenti in Cristo che comunicano al corpo e al sangue del Signore diventano loro stessi
In questo passaggio, si comprende che l’invenzione della metafora di «corpo» racchiude il senso di compimento/completamento della comunità attorno all’unico pane e all’unico calice. In questa immagine paolina, viene messa in risalto la stretta correlazione tra «corpo» e «comunione»: i credenti in Cristo che comunicano al corpo e al sangue del Signore diventano loro stessi comunione, cioè «un solo corpo», la Chiesa. La Cena del Signore trasforma la Chiesa in comunione, rendendo presente e operante Cristo all’interno della comunità.41 Tutto questo è, secondo de Lubac, racchiuso nel valore eucaristico dell’Ultima cena:
Io infatti ho ricevuto dal Signore – scrive l’Apostolo delle genti – quello che a mia volta vi ho trasmesso. Il Signore Gesù nella notte in cui veniva tradito prese del pane e dopo aver reso grazie lo spezzò e disse: «Questo è il mio Corpo che è per voi, fate questo in memoria di me». Allo stesso modo dopo aver cenato prese anche il calice dicendo: «Questo calice è la nuova Alleanza nel mio sangue, fate questo ogni volta che ne bevete in memoria di me» (1Cor 11,23-25).
In questo testo paolino, la prima testimonianza delle Parole pronunciate da Gesù nell’Ultima cena, la celebrazione dell’evento eucaristico diviene evento che crea e informa la Chiesa, dando vita ad una sorta di co-incorporazione della comunità in Cristo. In questi passaggi, Paolo riprende le parole del profeta Geremia «la nuova Alleanza nel mio sangue» (Ger 31,31), celebrata nell’unico e perfetto sacrificio di Cristo; attraverso il quale la comunità sta sostituendo il rito sacrificale celebrato nel Tempio con la celebrazione del rito eucaristico. Anche la svolta conciliare ha ricordato la singolarità e la peculiarità di questo “riaccadere” e “riperpetuare” l’evento dell’Ultima cena. Alla luce di quanto detto, per de Lubac, come per i Padri, non vi è opposizione tra realtà sacramentale e corpo ecclesiale; tuttavia alla fine del primo millennio il Verum Corpus è il corpo sacramentale eucaristico per contrastare interpretazioni unilaterali (Berengario), che perdono la connessione tra ragione (storia) e mistero (fede).In definitiva, questi brevi spunti di riflessione ci hanno permesso di assaporare la ricchezza profonda di questo teologo, che ha pagato a sue spese la potenza di un pensiero che, ancora oggi, continua ad invitare la teologia ad uscire da recinti precostituiti per accogliere la profezia e la novità della Parola di Dio.
In definitiva, questi brevi spunti di riflessione ci hanno permesso di assaporare la ricchezza profonda di questo teologo, che ha pagato a sue spese la potenza di un pensiero che, ancora oggi, continua ad invitare la teologia ad uscire da recinti precostituiti per accogliere la profezia e la novità della Parola di Dio.
In definitiva, questi brevi spunti di riflessione ci hanno permesso di assaporare la ricchezza profonda di questo teologo, che ha pagato a sue spese la potenza di un pensiero che, ancora oggi, continua ad invitare la teologia ad uscire da recinti precostituiti per accogliere la profezia e la novità della Parola di Dio.
- Cf. H. de Lubac, Il mistero del soprannaturale, trad. it. di G. Benedetti, Jaca Book, Milano 1979. Si rimanda anche al numero monografico, dedicato a de Lubac, della rivista internazionale Communio 3 (1992); di questa rivista il teologo francese è annoverato tra i soci fondatori. Così scrive al riguardo Joseph Ratzinger: «Nell’autunno del 1969, ai margini delle consulte della Commissione ci incontrammo: Balthasar, de Lubac, J. Medina, M.J. Le Guillou ed io: dai nostri discorsi il progetto acquistò una forma concreta» (J. Ratzinger, Vent’anni della rivista «Communio». Il coraggio di rischiare, in Communio 4 [1992], 11-21, qui 13). L’intento comune era quello di presentare l’essenza della comunità cristiana. ↩
- Cf. A.M. Sicari, «Communio» in Henri de Lubac, in Communio 3 (1992), 22-34; il testo commenta principalmente il breve studio Credo sanctorum comunionem di H. de Lubac, in Communio 1 (1972), 22-31. ↩
- H. de Lubac, Meditazione sulla Chiesa, trad. it. di E. Martinelli con rev. di P. Vismara, Milano, Paoline-Jaca Book, 1993⁴, 162. Questo libro è il risultato di una serie di conferenze svoltesi tra il 1946 e il 1949; il volume uscì in prima edizione nel 1953. In particolare il capitolo sulla Ecclesia Mater mette in risalto la consistente esperienza di fede del teologo di Lione, in un particolare momento che lo aveva visto preda di numerose critiche. In questo libro de Lubac esalta un aspetto caratteristico della riflessione patristica, dove la maternità della comunità cristiana realizza non solo l’unione mistica tra i credenti, ma esprime anche la sua realtà soprannaturale (teandrica). ↩
- Cf. H.U. von Balthasar, Il padre Henri de Lubac. La tradizione fonte di rinnovamento, trad. it. a cura di A.N. Terrin, Milano, Jaca Book, 1983. Il teologo svizzero pone, infatti, de Lubac accanto a J.W. Goethe, E. Przywara, A. von Speyr e K. Barth, i cinque autori fondamentali per la sua formazione; cf. H.U. von Balthasar, Il chicco di grano. Aforismi, trad. it. di G. Sommavilla, Milano, Jaca Book, 1994 (orig. ted. Das Weizenkorn, Trier, Johannes Verlag Einsiedeln, 19894). Cf. anche G. Marchesi, L’influsso di Henri de Lubac su Hans Urs von Balthasar, in Gregorianum 78/4 (1997), 719-734. ↩
- X. Tilliette, L’eredità del teologo, in Communio 3 (1992), 16-22, qui 22. Lo studioso e pioniere di una cristologia filosofica ha, infatti, definito de Lubac come il «cardinale Newman francese». ↩
- H. de Lubac, Cattolicismo. Aspetti sociali del dogma, trad. it. di U. Massi, Milano, Jaca Book, 1992² (ed. orig. Catholicisme, Paris, Cerf, 1938). La sezione terza dell’Opera omnia, in lingua italiana, raccoglie i libri di ecclesiologia; tuttavia riflessioni sulla Chiesa sono disseminate in tutta l’opera di de Lubac. ↩
- In questo modo il teologo di Lione reagisce ad una forma sclerotizzata di tomismo, invitando al confronto con altre tradizioni religiose, come il buddismo, e altre forme di pensiero, come la mistica; cf. N. Salato, Henri de Lubac, in L. Borriello – E. Caruana – M.R. Del Genio – R. Di Muro (ed.), Nuovo Dizionario di Mistica, Roma, LEV, 2016, 1244-1248. Il clima teologico degli anni ’40-’50 del secolo scorso non era ancora pronto a questi confronti; ne è riprova l’allontanamento di de Lubac dall’insegnamento accademico a causa del suo saggio dal titolo Surnaturel. Études historiques del 1946: cf. H. de Lubac, Memoria intorno alle mie opere, trad. it. di E. Brambilla con rev. di E. Guerriero, Milano, Jaca Book, 1992, 183-192; ed. orig. Mémoire sur l’occasion de mes écrits, Namur, Culture et Vérité, 1989. Cf. anche J.-P. Wagner, Henri de Lubac, Paris, Cerf, 2001, 21-27. Tutto ciò nonostante il già valido contributo, che in quegli anni il teologo francese aveva offerto, assieme a Jean Daniélou, alla traduzione in lingua corrente (francese) di testi patristici. De Lubac venne riabilitato solo nel 1958 e due anni dopo venne nominato da papa Giovanni XXIII come consultore della Commissione Teologica Preparatoria e, in seguito, come esperto al Vaticano II. Nonostante ciò, H. de Lubac figura negli atti conciliari solo come perito di un vescovo del Madagascar e di nessun vescovo francese. ↩
- H.U. von Balthasar, «Communio»: un programma, in Communio 1 (1972), 3-12, qui 10-11. Questo testo è stato riedito, per il ventennale della rivista Communio; cf. numero 3 (1992), 47-62. In questa prospettiva J. Ratzinger ribadisce che il concetto di communio «non è un concetto sociologico, bensì teologico con riferimenti ontologici» (Ratzinger, Vent’anni della rivista «Communio», 17). Il teologo di Baviera, in questo testo, come in altri luoghi della sua opera, mette in guardia nei confronti di interpretazioni sociologiche del concetto di popolo di Dio per non scadere in una sorta di sovranità popolare, che prende i tratti del “democraticismo”. Una questione, ancora oggi, di grande rilevanza. ↩
- H. de Lubac, Credo sanctorum comunionem, in Communio 1 (1972), 22-31, qui 23. In questo testo il teologo di Lione dimostra che il Simbolo apostolico, quando parla del concetto di communio sanctorum, pur non menzionando l’eucaristia, prelude ad essa. In questo originalissimo studio de Lubac, citando, nell’originale tedesco, Einführung zum Christentum (1968) di J. Ratzinger, sostiene che il concetto stesso di comunione dei santi rinvia, in primis, alla comunità eucaristica. ↩
- Lo stesso von Balthasar, nel programma inaugurale della rivista Communio, ribadisce, con estrema chiarezza, che «la comunione cristiana è fondata nell’eucaristia» (Balthasar, «Communio»: un programma, 11). ↩
- LG 2: EV 1/285. ↩
- De Lubac, Meditazione sulla Chiesa, 136. ↩
- De Lubac, Cattolicismo, 45. In questo passaggio H. de Lubac si riferisce in nota al teologo di Tübingen, J.A. Möhler. ↩
- L’adesione alla Chiesa, secondo il teologo di Cambrai, non è solo un vincolo alla sua dottrina e autorità «ma nella Chiesa, tramite la sua mediazione, in virtù dello Spirito che la assiste da fuori e che mi ispira dal di dentro» (H. de Lubac, La foi chrétienne: essai sur la structure du Symbole des Apôtres, Paris, Aubier-Montaigne, 1970², 229). ↩
- Un aspetto questo tornato in auge, negli anni ’70, grazie alle riflessioni di teologi di rilievo che ha portato lo stesso Paolo VI a parlare della Chiesa come «ministra della redenzione» (Paolo VI, lettera apostolica Apostolorum limina quibus universale iubilaeum Anni Sacri millesimi nongentesimi septuagesimi quinti indicitur, 23 maggio 1974: EV/5, 502). Un tema molto caro a de Lubac. ↩
- H. de Lubac, Paradosso e mistero della Chiesa, trad. it. a cura di T. David e A. Civita, Milano, Jaca Book, 1979, 3. Nel secondo capitolo, nella sezione conclusiva, si completa il bilancio critico affermando che la comunità cristiana è di Dio e degli uomini, invisibile e visibile, terrena e storica, escatologica e eterna. Il teologo francese ha lasciato in eredità «uno stile teologico», nella capacità di saper cogliere elementi di verità anche nella complessità di alcuni confronti, come ad esempio con Pico della Mirandola e Gioacchino da Fiore. Il rischio del quale è consapevole de Lubac è proprio quello di tradire il vangelo trasformando «in utopie sociali la ricerca del regno di Dio» (de Lubac, Memoria intorno alle mie opere, 413). ↩
- De Lubac, Meditazione sulla Chiesa, 135; cf. in particolare 135-159. Questa prospettiva, derivante dalla teologia tedesca, è stata approfondita anche da Juan Alfaro e Leo Scheffczyk. ↩
- Hugo Rahner, tra le diverse figure ecclesiologiche presenti negli scritti dei Padri della Chiesa, conferisce particolare importanza alle immagini legate alla maternità della comunità cristiana; cf. H. Rahner, Symbole der Kirche. Die Ekklesiologie der Väter, Salzburg, Müller, 1965 (ed. it. L’ecclesiologia dei Padri. Simboli della Chiesa, Roma, Paoline, 1971; ripubblicato con il titolo Simboli della Chiesa, Cinisello Balsamo, Paoline, 1994). Sulla rilevanza dell’Ecclesia Mater nei primi secoli della Chiesa, cf. E. Cattaneo, «Ecclesia Mater». Per una rilettura di un’immagine patristica, in A. Barruffo (ed.), Sui problemi del metodo in ecclesiologia. In dialogo con Severino Dianich, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2003, 149-168. ↩
- De Lubac, Meditazione sulla Chiesa, 190; in particolare cf. 161-192. Senza dubbio, dalla lettura dei testi che riguardano più direttamente la Chiesa si evince che l’immagine della Chiesa madre è quella preferita dal teologo francese. Cf. anche il paragrafo dedicato alla maternità della Chiesa in de Lubac, Cattolicismo, 34-38. ↩
- De Lubac, Paradosso e mistero della Chiesa, 5. ↩
- H. de Lubac, La Chiesa e la Vergine Maria, in Id., Meditazione sulla Chiesa, 221-265. ↩
- Sono evidenti nel testo le ascendenze del pensiero di Cipriano di Cartagine e dei Padri sulla funzione materna della Chiesa. Nel sentire Ecclesiam viene sintetizzato il ruolo magisteriale della comunità apostolica che trasmette il messaggio del Nazareno fino agli estremi confini della terra. ↩
- H. de Lubac, La costituzione «Lumen gentium» ed i Padri della Chiesa, in Id., Paradosso e mistero della Chiesa, 33-70. ↩
- De Lubac, Cattolicismo, 47. Il riferimento è Ambrogio, In psalmos 43, 17 (ed. Petschenig), 275. ↩
- H. de Lubac, Le Chiese particolari nella Chiesa universale, trad. it. di L. Pavanello, Milano, Jaca Book, 2017 (ed. orig. Les églises particulières dans l’Église universelle, Paris, Aubier-Montaigne, 1971); questo testo è stato ripubblicato, insieme ad altri brevi testi, in Œuvres complètes, vol. X, Paris, Cerf, 2019. ↩
- «Ad imaginem Ecclesiae universalis formatis, in quibus et ex quibus una et unica Ecclesia catholica exsistit» (LG 23: EV 1/338; corsivo nostro). ↩
- De Lubac, Le Chiese particolari nella Chiesa universale, 38. ↩
- Y.M.-J. Congar, Notes sur le destin de l’idée de la collégialité épiscopale en Occident au Moyen Age (VIIe-XVIe siècles), in Id. (ed.), La Collégialité épiscopale. Histoire et théologie, Paris, Cerf, 1965, 99-129. ↩
- De Lubac, Le Chiese particolari nella Chiesa universale, 39. ↩
- De Lubac, Le Chiese particolari nella Chiesa universale, 40. Proprio per questo ritorno alle origini la posizione di de Lubac è quasi coincidente con quella del vescovo e teologo ortodosso, di lingua greca, I.D. Zizioulas, e della sua dissertazione dottorale, pubblicata col titolo L’Eucharistie, l’Évêque et l’Église durant les trois premiers siècles, Paris, Desclée de Brouwer, 1994 (ed. orig. in lingua greca 1963). ↩
- A. Nichols, The Theology of Joseph Ratzinger: An Introductory Study, Edinburgh, Clark, 1988, 47-48. Cf. anche B. Forte, La Chiesa nell’eucaristia. Per un’ecclesiologia eucaristica alla luce del Vaticano II, Napoli, D’Auria, 1974. ↩
- Angelo Scola, parlando della radice eucaristica del mistero nuziale, sostiene che la cena eucaristica realizza la «riunione comunionale» (A. Scola, Chi è la Chiesa? Una chiave antropologica e sacramentale per l’ecclesiologia, Brescia, Queriniana, 2005, 84). ↩
- H. de Lubac, Corpus Mysticum. L’Eucaristia e la Chiesa nel Medioevo, trad. it. di L. Rosadoni, Milano, Jaca Book, 1982², 33; ed. orig. Corpus Mysticum. L’Eucharistie et l’Église au Moyen Âge. Étude historique, Paris, Aubier-Montaigne, 1949. Joseph Ratzinger, nella sua autobiografia, sostiene che la lettura di Corpus Mysticum lo aiutò non solo per la comprensione dell’eucaristia, ma anche per comprendere l’unità della Chiesa; cf. J. Ratzinger, La mia vita: autobiografia, trad. it. di G. Reguzzoni, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2023³. ↩
- De Lubac, Corpus Mysticum, 33. Riferimenti ad Alcuino, Leidrado, Ettone, Rabano Mauro, Floro, Ratrammo e diversi altri autori. ↩
- Cf. H. de Lubac, Il cuore della Chiesa, in Id., Meditazione sulla Chiesa, 77-101 (in particolare cf. anche l’interessante introduzione di L. Sartori che evidenzia con acribia il metodo teologico, XI-XXI). ↩
- De Lubac, Corpus Mysticum, 39. ↩
- De Lubac, Cattolicismo, 62-73. ↩
- DH, 870. ↩
- De Lubac, Corpus Mysticum, 67. Il riferimento è al Sermone XXIII di Leone Magno (PL 54, 203A). ↩
- In quest’ottica de Lubac sostiene che «Feuerbach e Marx, così come Comte e Nietzsche, erano convinti che la fede in Dio stesse scomparendo per sempre, che questo sole stesse tramontando sul nostro orizzonte per non sorgere mai più» (H. de Lubac, Il dramma dell’umanesimo ateo. L’uomo davanti a Dio, trad. it. di A. Tombolini – E. Brambilla – G. Cavalli, Milano, Jaca Book, 1992, 13). Il testo, in francese, è stato pubblicato nel 1944 (Spes, Paris) e ha visto ben sette edizioni, alcune delle quali con revisioni e aggiunte rispetto alle precedenti. ↩
- La Parola di Gesù evidenzia, come scrive Gerard Rossé, «un gesto significativo che prefigura un evento futuro rendendolo per così dire già presente» (G. Rossé, Il Vangelo di Luca. Commento esegetico e teologico, Roma, Città Nuova, 1992, 864). ↩
N. Salato, Il tema della communio nella riflessione di Henri de Lubac: sondaggio ecclesiologico, in Fidei Communio 2/1 (2026), 171-184
