Fidei Communio 2026/1

Rivista semestrale di Teologia e Studi religiosi

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Contributi di Alessandro Clemenzia, Marta Busani, Pierpaolo Donati, Mario Morcellini, José Rico Pavés, Arturo Cattaneo, Miguel de Salis, Francesco Spinelli, Jacques Servais, Hyacinthe Destivelle, Nicola Salato, Jacques Bagnoud, Marco Lamanna, Massimo Borghesi, Francesca Leto

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Fidei Communio 2026/1

Miguel de Salis

La mutua relazione Chiesa locale/Chiesa universale nella communio. Cambia qualcosa dopo il sinodo sulla sinodalità?

Questo studio ha come base il testo che ho esposto nel Forum teologico della XVI assemblea generale del Sinodo dei vescovi, dedicato alla mutua relazione tra Chiesa locale e Chiesa universale (16 ottobre 2024), al quale ho aggiunto alcune note e altri elementi che ho ritenuto utili.

 

Introduzione

Una delle questioni a cui i teologi hanno dedicato maggiore attenzione nel post-concilio è come mettere in rapporto il comune e il particolare, l’universale e il locale, il vangelo e le diverse culture. L’argomento interessa ambiti diversi dell’attività della Chiesa. Ad esempio, l’ecumenismo, perché l’atteggiamento delle Chiese latine riguardo alle Chiese cattoliche orientali è la maggiore garanzia di una accoglienza futura delle Chiese orientali che non sono ancora in piena comunione con la Sede apostolica. Unità e diversità coesistono e si declinano in diversi ambiti, ma non le possiamo comprendere semplicemente come due poli di una medesima realtà.

Il sinodo straordinario del 1985 ha interpretato il testo conciliare identificando la categoria di comunione come concetto centrale dell’ecclesiologia del Vaticano II. Dopo il concilio abbiamo assistito a una rapida crescita delle ecclesiologie di comunione, e sono stati chiariti alcuni aspetti del problema del collegamento del tutto con la parte. Tale esito è stato agevolato sia dalla versatilità del termine che da una sua certa ambiguità. Non sorprende che l’ecclesiologia di comunione o, più precisamente, le diverse ecclesiologie di comunione,1 siano state al centro delle attenzioni per un periodo abbastanza lungo tra il 1985 e il 2013.Ma ciò non significa che tale periodo, nella Chiesa e nel mondo civile, sia stato pacifico e privo di tensioni. L’ecclesiologia di comunione non ha risolto tutti i problemi. Ad esempio, fu proprio in questo periodo che sorse il dibattito tra l’allora cardinale Joseph Ratzinger e il cardinale Walter Kasper su un aspetto del tema di cui ci stiamo occupando: la priorità ontologica e cronologica della Chiesa universale rispetto alla Ma ciò non significa che tale periodo, nella Chiesa e nel mondo civile, sia stato pacifico e privo di tensioni. L’ecclesiologia di comunione non ha risolto tutti i problemi. Ad esempio, fu proprio in questo periodo che sorse il dibattito tra l’allora cardinale Joseph Ratzinger e il cardinale Walter Kasper su un aspetto del tema di cui ci stiamo occupando: la priorità ontologica e cronologica della Chiesa universale rispetto alla Chiesa locale.2 Non è, quindi, possibile qualificare in modo semplicistico questo arco temporale.Fin dall’inizio del suo pontificato, papa Francesco non ha smesso di guardare alla Chiesa come al santo popolo di Dio. Si tratta di una lettura del noto paradigma conciliare che occupa l’intero capitolo II della costituzione dogmatica Fin dall’inizio del suo pontificato, papa Francesco non ha smesso di guardare alla Chiesa come al santo popolo di Dio. Si tratta di una lettura del noto paradigma conciliare che occupa l’intero capitolo II della costituzione dogmatica Lumen gentium. In seguito si è aggiunta la sinodalità, con diversi accenti. L’impressione di un certo calo di interesse verso il paradigma della «comunione» non può essere nascosta, malgrado il termine sia stato molto usato nei documenti del papa. Sembra quindi lecito chiedersi se stiamo andando verso la sostituzione del paradigma comunionale con quello sinodale. Per poter abbozzare una risposta, cercherò di studiare come la più recente comprensione della Chiesa abbia influito su un tema che è centrale nelle ecclesiologie di comunione – il rapporto tra Chiesa locale e Chiesa universale –, cercando di comprendere come viene impostato attualmente. A partire da questi risultati vedremo se siamo davanti a un cambio di paradigma ecclesiale oppure a un fenomeno diverso. Non è quindi mia intenzione riproporre tutte le coordinate del dibattito teologico tra i cardinali Ratzinger e Kasper, o seguire una rigorosa via storica. Piuttosto, intendo approcciare il rapporto tra Chiesa locale e universale alla luce di quanto è stato discusso nell’ultima assemblea ordinaria del Sinodo dei vescovi e tenendo presenti i cambiamenti verificatisi negli ultimi quindici anni. Sembra quindi lecito chiedersi se stiamo andando verso la sostituzione del paradigma comunionale con quello sinodale. Per poter abbozzare una risposta, cercherò di studiare come la più recente comprensione della Chiesa abbia influito su un tema che è centrale nelle ecclesiologie di comunione – il rapporto tra Chiesa locale e Chiesa universale –, cercando di comprendere come viene impostato attualmente. A partire da questi risultati vedremo se siamo davanti a un cambio di paradigma ecclesiale oppure a un fenomeno diverso. Non è quindi mia intenzione riproporre tutte le coordinate del dibattito teologico tra i cardinali Ratzinger e Kasper, o seguire una rigorosa via storica. Piuttosto, intendo approcciare il rapporto tra Chiesa locale e universale alla luce di quanto è stato discusso nell’ultima assemblea ordinaria del Sinodo dei vescovi e tenendo presenti i cambiamenti verificatisi negli ultimi quindici anni.3

1. Il rapporto tra Chiesa locale e universale nella storia: fra teologia e diritto

Il tema da affrontare è complesso e pieno di sfumature. Alcune di esse sono legate al significato delle parole. Perciò, chiedo al lettore di non fermarsi alle parole perché il mio obiettivo è dirigermi verso il mistero e non verso le formule che usiamo per esprimerlo, sempre limitate e migliorabili, ma comunque indispensabili.4

Può essere utile iniziare con un’idea espressa da papa Francesco nel discorso inaugurale della seconda sessione della XVI assemblea ordinaria del Sinodo dei vescovi: «[la Chiesa è] costitutivamente relazionale e, per questo, sinodale».5 Le relazioni, perlomeno alcune, nutrono e sostengono la sinodalità. Altre si costruiscono a partire dalle prime, e non sono poche quelle che sorgono dalla dinamica sinodale.6 Il rapporto tra Chiesa locale e Chiesa universale è una delle relazioni che fondano la sinodalità e, quando correttamente intesa e vissuta, essa può nutrire la vita sinodale della Chiesa e favorire la sua missione nel mondo. Forse la sua portata missionaria è uno dei motivi per cui questa relazione è considerata uno dei temi maggiori dell’ecclesiologia di comunione.Più che limitarmi a proporre un modo diverso di organizzare i rapporti tra le diverse Chiese, guidato dalle necessità del momento, può essere utile uno sguardo di fede verso il rapporto Chiesa locale-Chiesa universale. Uno sguardo che sappia andare oltre le semplificazioni e le soluzioni pragmatiche che possono occasionalmente servire. Ritengo che una delle sfide odierne sia proprio quella di non reiterare misure e atteggiamenti soltanto perché sono stati utili in precedenza. E questo è particolarmente necessario quando, dopo il dovuto discernimento, scopriamo che una misura o un atteggiamento sta rallentando la trasmissione del vangelo alle future generazioni.Il concilio Vaticano II, raccogliendo spunti dall’ecclesiologia eucaristica ortodossa, dal movimento ecumenico e dal rinnovamento biblico, patristico e liturgico, ha operato una timida apertura verso la Chiesa locale, che in seguito è stata sviluppata fino ai nostri giorni. Più che limitarmi a proporre un modo diverso di organizzare i rapporti tra le diverse Chiese, guidato dalle necessità del momento, può essere utile uno sguardo di fede verso il rapporto Chiesa locale-Chiesa universale. Uno sguardo che sappia andare oltre le semplificazioni e le soluzioni pragmatiche che possono occasionalmente servire. Ritengo che una delle sfide odierne sia proprio quella di non reiterare misure e atteggiamenti soltanto perché sono stati utili in precedenza. E questo è particolarmente necessario quando, dopo il dovuto discernimento, scopriamo che una misura o un atteggiamento sta rallentando la trasmissione del vangelo alle future generazioni.Il concilio Vaticano II, raccogliendo spunti dall’ecclesiologia eucaristica ortodossa, dal movimento ecumenico e dal rinnovamento biblico, patristico e liturgico, ha operato una timida apertura verso la Chiesa locale, che in seguito è stata sviluppata fino ai nostri giorni. Il concilio Vaticano II, raccogliendo spunti dall’ecclesiologia eucaristica ortodossa, dal movimento ecumenico e dal rinnovamento biblico, patristico e liturgico, ha operato una timida apertura verso la Chiesa locale, che in seguito è stata sviluppata fino ai nostri giorni.7 Ha affermato che ciò che oggi chiamiamo Chiesa locale è, ovviamente, una parte del tutto, ma in essa è presente e operante il tutto.8 E qui risiede una delle dimensioni del mistero.9 Le Chiese locali (nella terminologia del concilio, particolari) «sono formate ad immagine della Chiesa universale, ed è in esse e a partire da esse che esiste la Chiesa cattolica una e unica».10 La costituzione conciliare, in sostanza, afferma che in ogni Chiesa locale c’è, almeno in potenza, la ricchezza di tutti i doni sacramentali e carismatici. Non afferma, quindi, che la Chiesa locale è una parte di un tutto uniforme. L’immagine della fetta della torta di limone, tanto cara ad alcuni teologi, può aiutare a cogliere che nella porzione c’è tutto il sapore della torta, come nella Chiesa locale, che è una porzione, c’è il populus Dei. Secondo il concilio, la Chiesa è la convocazione fatta da Cristo nello Spirito che ha una dimensione universale, in cui l’insieme dei fedeli viene guidato dal romano pontefice e dal collegio episcopale, e una dimensione particolare, in cui i fedeli sono radunati nelle Chiese locali sotto la guida del vescovo. E la comunione di tutte queste Chiese è la Chiesa di Cristo.È dell’epoca postconciliare la felice espressione che riassume il rapporto tra la Chiesa locale e la Chiesa universale: la «reciproca interiorità» o «mutua immanenza» secondo la quale la Chiesa locale è nella Chiesa universale e quest’ultima è nella Chiesa locale. È dell’epoca postconciliare la felice espressione che riassume il rapporto tra la Chiesa locale e la Chiesa universale: la «reciproca interiorità» o «mutua immanenza» secondo la quale la Chiesa locale è nella Chiesa universale e quest’ultima è nella Chiesa locale.11 Questo enunciato manifesta la dimensione esterna della struttura della Chiesa e ci fornisce già una prima informazione sulla mutua relazionalità tra le due, mostrandoci che le due dimensioni non vanno comprese come alternative e, meno ancora, in contrapposizione. Si tratta di una relazione che si mantiene lungo i secoli, anche se ha visto diversi tipi di concretizzazione istituzionale e normativa, e ci aiuta a capire come la Chiesa sia in realtà un corpo di Chiese.12Questa mutua relazione, dono di Dio che abbiamo scoperto gradualmente, non è paragonabile a quella che esiste tra il tutto e le parti in ogni gruppo o società umana, Questa mutua relazione, dono di Dio che abbiamo scoperto gradualmente, non è paragonabile a quella che esiste tra il tutto e le parti in ogni gruppo o società umana,13 né va identificata con la formulazione giuridico-canonica delle relazioni che esistono nella Chiesa. La norma legale, infatti, serve a individuare la dimensione giuridica delle relazioni e a proteggerle. Ma non va confusa o identificata con la relazione, che di per sé ha altre dimensioni altrettanto reali quanto quella giuridica. La relazione di mutua interiorità tra la Chiesa locale e la Chiesa universale ha dato luogo a diverse forme istituzionali che sono al servizio della missione. E le varie istituzioni possono avere, a loro volta, diverse formulazioni giuridiche. Il processo di istituzionalizzazione e formulazione giuridica non è una mera traduzione dei rapporti istituiti da Dio in norme giuridiche, perché intervengono altri aspetti come la cultura, il modo di guardare l’uomo in società, le concrete necessità della Chiesa in un luogo, l’idea di Chiesa che il canonista ha in mente, e tanti altri fattori. Quindi, da alcune relazioni possono emergere diverse istituzioni e queste possono a loro volta avere diverse formulazioni giuridiche, non essendo tutte uguali e non dovendo essere ritenute migliori o peggiori se confrontate con le precedenti, o con quelle di altri continenti o contesti.

2. Come capire il mutuo rapporto tra Chiesa locale e universale nell’attuale contesto di una Chiesa sinodale?

Se nella prima parte abbiamo visto come il rapporto tra Chiesa locale e universale si sia arricchito nel tempo e vada colto correttamente nelle diverse istanze della teologia, della storia e del diritto canonico, adesso cerchiamo di capire come possa essere inteso quando il paradigma comunitario sembra essere riposizionato nell’insieme dell’ecclesiologia. A mio avviso, vi sono diversi modi di avvicinarsi al rapporto tra le due dimensioni della Chiesa che fanno emergere cambiamenti nel modo di comprendere la loro mutua interiorità se la si guarda nel nuovo contesto.

Se si parte dal mistero trinitario per comprendere la Chiesa come comunione di Chiese locali nell’unica Chiesa di Dio, si può adoperare il termine “pericoresi” in modo analogico per spiegare l’unità tra le Chiese locali e la mutua accoglienza tra di loro; per intendere l’unità della Chiesa nella molteplicità delle diverse Chiese. Come è noto, negli ultimi quarant’anni l’argomento è stato declinato in modi diversi nella teologia cattolica e ortodossa, a seconda del modo in cui ogni tradizione imposta il ruolo delle missioni divine sulla terra.14L’ L’Instrumentum laboris per la seconda sessione del Sinodo dei vescovi ha seguito un’altra strada. Il documento ha voluto applicare il termine “mutua interiorità” piuttosto ai luoghi, intendendoli più come contesti culturali vivi e dinamici che come spazio geograficamente confinato.15 La flessibilizzazione del termine “luogo” è stata ben accolta, come si può osservare nel documento finale (DF) del sinodo. Contemporaneamente, il DF ha voluto dedicare attenzione alle relazioni. Ad esempio, tra le Chiese locali, tra le persone, tra i fedeli di ogni condizione. Quindi, se analizziamo il mistero della mutua interiorità tra Chiesa locale e Chiesa universale partendo da una prospettiva trinitaria, a mio avviso si può riconoscere che emerge un senso più evocativo che analogico della pericoresi. Se partiamo dalla celebrazione del battesimo, arriviamo a questo mutuo rapporto tra Chiesa universale e Chiese locali, perché il sacramento, creando un rapporto filiale con Dio e fraterno tra di noi, ci fa entrare sia nella Chiesa locale che in quella universale. Se partiamo dalla celebrazione del battesimo, arriviamo a questo mutuo rapporto tra Chiesa universale e Chiese locali, perché il sacramento, creando un rapporto filiale con Dio e fraterno tra di noi, ci fa entrare sia nella Chiesa locale che in quella universale.16 Ogni cristiano appartiene a entrambe le dimensioni, per cui si trova a casa in ogni parte del mondo. Allo stesso tempo, ciò non impedisce di riconoscere le necessarie determinazioni canoniche, che comunque sussistono, le quali trovano il loro fondamento teologico anche in un altro mutuo rapporto, quello tra sacerdozio comune e sacerdozio ministeriale (cf. LG 10), che struttura internamente la Chiesa, sia quella locale che quella universale. Nel DF il battesimo è visto principalmente come base della sinodalità, della comune responsabilità e missione della Chiesa, cioè come fondamento di un’azione ecclesiale tesa al rafforzamento della comunione con Dio e i fratelli, di ogni condizione. Quindi, il DF conserva la sottolineatura sul rapporto filiale e fraterno che già esisteva ed evidenzia altri aspetti legati alla santità e alla missione.Partendo dal vissuto esistenziale di coloro che vengono battezzati nell’infanzia, si può osservare qualche differenza nel modo di comprendere il rapporto tra Chiesa locale e Chiesa universale, perché il cristiano spesso fa esperienza anzitutto della Chiesa locale e, soltanto in seguito, dell’esistenza di altre comunità unite alla sua, della Chiesa intera. La sua preoccupazione per le altre Chiese unite alla sua avviene in seguito a una crescita nella fede. Ciò può portare a una percezione secondaria della Chiesa universale, come frutto di uno sviluppo della sua fede. Se il fedele non riesce a cogliere che il mistero non è misurato dal suo modo di accedervi, rischia di far dipendere l’unità della Chiesa intera dal suo sviluppo nella fede e non dal dono di Dio che gli è stato offerto nel battesimo.Se ci avviciniamo a questo rapporto di “mutua interiorità” a partire dalla celebrazione dell’eucaristia, bisogna tener conto di quella celebrazione presieduta dal vescovo circondato dal presbiterio e dagli altri fedeli radunati. Il concilio Vaticano II afferma che essa è la massima manifestazione visibile della Chiesa sulla terra (cf. Partendo dal vissuto esistenziale di coloro che vengono battezzati nell’infanzia, si può osservare qualche differenza nel modo di comprendere il rapporto tra Chiesa locale e Chiesa universale, perché il cristiano spesso fa esperienza anzitutto della Chiesa locale e, soltanto in seguito, dell’esistenza di altre comunità unite alla sua, della Chiesa intera. La sua preoccupazione per le altre Chiese unite alla sua avviene in seguito a una crescita nella fede. Ciò può portare a una percezione secondaria della Chiesa universale, come frutto di uno sviluppo della sua fede. Se il fedele non riesce a cogliere che il mistero non è misurato dal suo modo di accedervi, rischia di far dipendere l’unità della Chiesa intera dal suo sviluppo nella fede e non dal dono di Dio che gli è stato offerto nel battesimo.Se ci avviciniamo a questo rapporto di “mutua interiorità” a partire dalla celebrazione dell’eucaristia, bisogna tener conto di quella celebrazione presieduta dal vescovo circondato dal presbiterio e dagli altri fedeli radunati. Il concilio Vaticano II afferma che essa è la massima manifestazione visibile della Chiesa sulla terra (cf. Se ci avviciniamo a questo rapporto di “mutua interiorità” a partire dalla celebrazione dell’eucaristia, bisogna tener conto di quella celebrazione presieduta dal vescovo circondato dal presbiterio e dagli altri fedeli radunati. Il concilio Vaticano II afferma che essa è la massima manifestazione visibile della Chiesa sulla terra (cf. SC 41). Logicamente, essa realizza ed esprime in massimo grado la relazione tra la Chiesa locale e la Chiesa universale. Infatti, in ogni celebrazione eucaristica è presente la Chiesa nella sua interezza. Da ciò deriva la cattolicità costitutiva di ogni Chiesa locale.Come dice la lettera Come dice la lettera Communionis notio: «L’unità o comunione tra le Chiese particolari nella Chiesa universale, oltre che nella stessa fede e nel comune Battesimo, è radicata soprattutto nell’Eucaristia e nell’Episcopato».17 Ciò non significa che eucaristia ed episcopato siano elementi di uguale rilevanza nel rapporto di “mutua interiorità”, bensì che il vescovo non è al di sopra della Chiesa locale, né è isolato dal resto del collegio episcopale e del suo capo, il romano pontefice, precisamente perché il collegio e il capo sono presenti anche all’interno della Chiesa locale. La costituzione apostolica Episcopalis communio e l’IL della seconda sessione sinodale hanno operato una scelta nel senso di una maggiore attenzione al vescovo nella Chiesa locale favorendo una comprensione della Chiesa universale come «corpo delle Chiese», senza abbandonare la mutua interiorità tra Chiesa locale e Chiesa universale. Tale opzione è coerente con la concretezza e la vicinanza delle relazioni alla quale conduce il modo di comprendere la Chiesa a partire dalla sinodalità, che è stato in seguito molto evidenziato nel DF.18Per giungere a una migliore comprensione di questo mutuo rapporto tra Chiesa locale e universale è abituale la ricerca di esempi dell’ambito civile più vicini all’esperienza delle persone, magari usando modelli di organismi politici sopranazionali o del mondo imprenditoriale. Tuttavia, il ricorso a tale analogia richiede l’accortezza di non guardare il rapporto tra Chiesa locale e universale dando troppa importanza all’organizzazione del potere, altrimenti si rischia di guardare la Chiesa locale come una parte o sezione di un tutto uniforme e uguale. Questo pericolo è stato avvertito nell’IL Per giungere a una migliore comprensione di questo mutuo rapporto tra Chiesa locale e universale è abituale la ricerca di esempi dell’ambito civile più vicini all’esperienza delle persone, magari usando modelli di organismi politici sopranazionali o del mondo imprenditoriale. Tuttavia, il ricorso a tale analogia richiede l’accortezza di non guardare il rapporto tra Chiesa locale e universale dando troppa importanza all’organizzazione del potere, altrimenti si rischia di guardare la Chiesa locale come una parte o sezione di un tutto uniforme e uguale. Questo pericolo è stato avvertito nell’IL preparato per la seconda sessione dell’ultimo sinodo.19 E, quando non si tiene conto dei limiti di questa analogia con il mondo civile, la Chiesa universale rischia di ridursi soltanto all’insieme delle parti, o a una federazione delle Chiese locali. In una prospettiva di avvicinamento al mistero relativamente prossima a quanto detto, la relazione tra Chiesa universale e locale corre il pericolo di essere impostata come il rapporto tra potere universale e partecipazione/delega di tale potere in una parte, posizione respinta dal Magistero già dai tempi di Pio IX.20 Quindi, l’approccio al mistero che parte da un’analogia con il mondo civile, pur avendo il pregio di essere facilmente comprensibile da molti, rischia di non rendere bene l’idea del mistero quando è impiegato senza la coscienza dei suoi limiti. Pensiamo che qui si trovi una delle ragioni per cui il DF ha evitato l’espressione “Chiesa universale”.Se approcciamo il mistero in modo diverso, rileviamo l’esistenza di alcune descrizioni della Chiesa universale come l’insieme degli elementi che sono essenziali alla Chiesa, o come l’essenza della Chiesa. La Chiesa universale sarebbe un’idea elaborata dopo l’osservazione delle varie Chiese locali, concrete e reali, una costruzione o elaborazione razionale, un’astrazione dove si racchiude la sua essenza, ma non realmente diversa dalla Chiesa locale. La sua presenza nella Chiesa locale si comprende come la presenza della sostanza seconda nella sostanza prima, se vogliamo usare un linguaggio della filosofia classica, come la presenza della natura umana in ogni singolo uomo. Dunque, la mutua immanenza tra le due è vista come la presenza dell’universale (dell’essenza) nel reale concreto (nel particolare). Allora, più che di reciprocità o mutua immanenza tra Chiesa locale e universale, si tratterebbe di identità tra l’una e l’altra, in alcuni casi, o di evanescenza del rapporto, visto il carattere astratto acquisito dalla Chiesa universale in questo percorso. Un modo di intendere il rapporto tra Chiesa locale e universale in tale maniera Se approcciamo il mistero in modo diverso, rileviamo l’esistenza di alcune descrizioni della Chiesa universale come l’insieme degli elementi che sono essenziali alla Chiesa, o come l’essenza della Chiesa. La Chiesa universale sarebbe un’idea elaborata dopo l’osservazione delle varie Chiese locali, concrete e reali, una costruzione o elaborazione razionale, un’astrazione dove si racchiude la sua essenza, ma non realmente diversa dalla Chiesa locale. La sua presenza nella Chiesa locale si comprende come la presenza della sostanza seconda nella sostanza prima, se vogliamo usare un linguaggio della filosofia classica, come la presenza della natura umana in ogni singolo uomo. Dunque, la mutua immanenza tra le due è vista come la presenza dell’universale (dell’essenza) nel reale concreto (nel particolare). Allora, più che di reciprocità o mutua immanenza tra Chiesa locale e universale, si tratterebbe di identità tra l’una e l’altra, in alcuni casi, o di evanescenza del rapporto, visto il carattere astratto acquisito dalla Chiesa universale in questo percorso. Un modo di intendere il rapporto tra Chiesa locale e universale in tale maniera si scorge, pur se non in termini filosofici, in alcune teologie ortodosse. Una comprensione della mutua immanenza in questo senso non è assunta nel DF del sinodo sulla sinodalità e non è l’esito maturato dalle ecclesiologie di comunione.In alcuni testi teologici recenti, e anche spesso nell’ In alcuni testi teologici recenti, e anche spesso nell’IL e in modo più sfumato nel DF del sinodo, viene sottolineata l’incarnazione e l’inculturazione della fede, che sono valori caratteristici della vita cristiana. E la ragione è nel fatto che è spesso nella parrocchia o nella piccola comunità che si sperimenta più immediatamente la vita sinodale missionaria di tutta la Chiesa.21 La Chiesa universale viene vista, di conseguenza, come il frutto del vissuto della fede di tutti, nella comunione di tutte le Chiese locali. Anche se di primo acchito la Chiesa universale può sembrare un “prodotto” delle Chiese locali, bisogna tener conto della pluralità dei luoghi, che nell’IL e nel DF del sinodo non sono intesi in termini strettamente geografici, aprendosi invece a una comprensione più elastica che in passato. Inoltre, può essere utile considerare che, nell’IL n. 80, la dimensione “universale” viene recepita come idea astratta e omogeneizzante e, per evitare questo pericolo, non è stata assunta nell’IL.22 Nel DF i padri sinodali hanno scelto invece di parlare di tutta la Chiesa in quanto comunione di Chiese, dell’unità nella diversità dei cristiani, concreta e visibile, che esiste nel mondo intero, preso nella sua globale complessità.23 Questo significa che la sinodalità porta la nostra attenzione verso il concreto: a una comprensione della Chiesa locale in luoghi più dinamici, più umani e meno territoriali, e a una comprensione della Chiesa universale come corpo variegato di Chiese che sostiene la comunione di tutti nella Chiesa una ed unica.A mio avviso, quindi, l’apprezzamento per il luogo concreto che si vede nel DF non vuole indebolire la realtà della Chiesa intera sulla terra, la sua unità cattolica, e in questo coincide con le ecclesiologie di comunione degli ultimi quarant’anni, ma vuole tenere più conto della concretezza dei luoghi e della vicinanza dei rapporti tra le persone, che oggi acquisisce un peso maggiore. Il rapporto di mutua immanenza tra Chiesa locale e universale è presente, anche se gli accenti sono diversi. A mio avviso, quindi, l’apprezzamento per il luogo concreto che si vede nel DF non vuole indebolire la realtà della Chiesa intera sulla terra, la sua unità cattolica, e in questo coincide con le ecclesiologie di comunione degli ultimi quarant’anni, ma vuole tenere più conto della concretezza dei luoghi e della vicinanza dei rapporti tra le persone, che oggi acquisisce un peso maggiore. Il rapporto di mutua immanenza tra Chiesa locale e universale è presente, anche se gli accenti sono diversi.

Conclusione

Da quanto esposto si può concludere che, più che di un calo di interesse verso il paradigma comunionale che cede il passo al santo popolo di Dio che è sinodale, forse sarebbe meglio parlare di una ricomprensione dell’ecclesiologia di comunione all’interno del nuovo contesto. Segno di questo riposizionamento è stata un’affermazione del documento finale della XVI assemblea generale del Sinodo dei vescovi:

nel contesto dell’ecclesiologia conciliare del Popolo di Dio, il concetto di comunione esprime la sostanza profonda del mistero e della missione della Chiesa, che ha nella celebrazione dell’eucaristia la sua fonte e il suo culmine, ossia l’unione con Dio Trinità e l’unità tra le persone umane che si realizza in Cristo mediante lo Spirito Santo.24
Questa ricomprensione non è ancora giunta alla meta, ma si è potuta ulteriormente precisare attraverso l’esame dell’aspetto attuale del rapporto di mutua interiorità tra Chiesa locale e Chiesa universale, frutto maturo delle ecclesiologie di comunione che, come si è visto, non è stato abbandonato.Il mistero della mutua interiorità tra Chiesa locale e Chiesa universale è un dono di Dio che dobbiamo custodire e trasmettere alle future generazioni, migliorato nella sua comprensione e nella sua concreta realizzazione. I modi specifici in cui esso si può presentare nella storia sono vari, e la loro scelta dipende dal dono ricevuto e dalla missione evangelizzatrice a cui servono. Con questi criteri fondamentali occorre discernere i modi più utili per l’attuale situazione in cui si trova la Chiesa. Tali modi specifici possono pure dipendere da forme mentali o da modi di comprendere la Chiesa che variano con il tempo. Questa dipendenza da elementi umani nella comprensione e trasmissione del mistero non ci deve preoccupare troppo, perché Dio si serve dell’umano per la sua opera salvifica. Dobbiamo però esaminare con cura se non ci lasciamo influenzare da paure, ideologie, abitudini, comodità, o dalla semplice voglia di fare diversamente dalla generazione precedente, perché rischiamo di oscurare il dono o rallentare la missione.Il timido accenno del concilio Vaticano II alla Chiesa locale è stato in seguito approfondito dalla teologia e dal Magistero. La lettera Il mistero della mutua interiorità tra Chiesa locale e Chiesa universale è un dono di Dio che dobbiamo custodire e trasmettere alle future generazioni, migliorato nella sua comprensione e nella sua concreta realizzazione. I modi specifici in cui esso si può presentare nella storia sono vari, e la loro scelta dipende dal dono ricevuto e dalla missione evangelizzatrice a cui servono. Con questi criteri fondamentali occorre discernere i modi più utili per l’attuale situazione in cui si trova la Chiesa. Tali modi specifici possono pure dipendere da forme mentali o da modi di comprendere la Chiesa che variano con il tempo. Questa dipendenza da elementi umani nella comprensione e trasmissione del mistero non ci deve preoccupare troppo, perché Dio si serve dell’umano per la sua opera salvifica. Dobbiamo però esaminare con cura se non ci lasciamo influenzare da paure, ideologie, abitudini, comodità, o dalla semplice voglia di fare diversamente dalla generazione precedente, perché rischiamo di oscurare il dono o rallentare la missione.Il timido accenno del concilio Vaticano II alla Chiesa locale è stato in seguito approfondito dalla teologia e dal Magistero. La lettera Il timido accenno del concilio Vaticano II alla Chiesa locale è stato in seguito approfondito dalla teologia e dal Magistero. La lettera Communionis notio ha voluto mettere in luce il fatto che le Chiese locali sono nella Chiesa universale.25 Si è espressa all’interno del modello della Chiesa intesa come comunione, allora agitato da variegate e contraddittorie interpretazioni, in un momento in cui finalmente si era giunti a una migliore comprensione teologica della Chiesa locale ed esisteva un relativo entusiasmo ecumenico nel dialogo con le Chiese ortodosse.Oggi il contesto è mutato: la polarizzazione della società; l’individualismo; le guerre; il dialogo con gli ortodossi più concentrato nei rapporti tra primato e sinodalità; la globalizzazione accelerata dalle Oggi il contesto è mutato: la polarizzazione della società; l’individualismo; le guerre; il dialogo con gli ortodossi più concentrato nei rapporti tra primato e sinodalità; la globalizzazione accelerata dalle reti sociali – che ci informa su un pezzo della realtà ma non sempre ci unisce; la mancanza di fiducia nell’autorità a causa degli abusi e delle frodi finanziarie; e un modo di intendere la Chiesa diverso, che integra la comunione nel santo popolo di Dio; sono questi solo alcuni degli elementi che determinano il mutamento del contesto in cui viviamo. In questa cornice storica i pastori sentono il dovere di insistere sulla presenza della Chiesa negli ambiti più concreti e ben delimitati in cui si vivono le relazioni veramente umane, luogo dove nutrire la fiducia reciproca, l’ascolto e l’apertura all’altro. E così, non sorprende che la costituzione apostolica Episcopalis communio, l’Instrumentum laboris della seconda sessione del sinodo e il DF, ispirandosi anch’essi all’insegnamento conciliare, mettano più in luce la Chiesa locale e l’intera Chiesa come comunione di Chiese. La sinodalità infatti ci orienta verso una comprensione del legame tra Chiesa locale e Chiesa universale che ci porta a vedere la Chiesa universale come concretizzazione visibile dell’unità nella diversità. In questo senso, la Chiesa universale sembra più corpo che comunione di Chiese.26In In Communionis notio e nel DF dell’ultimo sinodo abbiamo quindi due articolazioni dei rapporti tra locale e universale che si ispirano alla dottrina conciliare ma hanno davanti sfide, circostanze e modelli di Chiesa diversi. Metterle a confronto, in una logica di superamento della fase precedente, non rispetta i risultati a cui siamo giunti nella nostra indagine. Essi ci portano piuttosto a guardare questo cammino pensando a come il dono di Dio alla Chiesa – cioè la mutua interiorità che caratterizza il rapporto tra Chiesa locale e Chiesa universale – si possa concretizzare in variegati modi e con diversi accenti. A mio avviso, una delle conclusioni principali del nostro studio è che la logica della sinodalità presuppone la logica della comunione, non essendo entrambe due conclusioni diverse, perché fatte in tempi diversi, della dottrina conciliare. La mutua interiorità maturata nelle ecclesiologie di comunione sussiste con altri accenti nella Chiesa sinodale. Tuttavia, visto che non esiste ancora una visione ecclesiologica consolidata dell’ecclesiologia di comunione integrata col paradigma del santo popolo di Dio, non si possono trarre conclusioni permanenti dagli accenti che abbiamo individuato. Mi auguro che la ricezione maturata nel tempo di questo fenomeno, che non è nuovo nella Chiesa, possa arricchire tutti, aiutare il discernimento e favorire la missione evangelizzatrice.
  1. Con la diversità delle ecclesiologie di comunione intendo dire che le declinazioni del paradigma sono varie, con diversi accenti. Ad esempio, cf. D.M. Doyle, Communion Ecclesiology: Vision and Versions, Maryknoll (NY), Orbis, 2000. ↩
  2. Per ulteriori approfondimenti, e senza pretesa di esaustività, cf. K. McDonnell OSB, The Ratzinger/Kasper Debate: The Universal Church and Local Churches, in Theological Studies 63 (2002), 227-250; M. Kehl sj, Der Disput der Kardinäle. Zum Verhältnis von Universalkirche und Ortskirchen, in Stimmen der Zeit 128 (2003), 219-232; E. de Gaál, The Theology of Pope Benedict XVI, New York, Palgrave Macmillan, 2010, 199-208; R. Battaglia, La Chiesa evento di comunione. La riflessione teologica contemporanea sull’ecclesiologia di comunione nella prospettiva aperta dal Sinodo del 1985, Siena, Cantagalli, 2013, 141-214, specialmente 202-210. ↩
  3. Oltre al documento finale del sinodo, d’ora in poi DF, userò anche l’Instrumentum laboris preparato per l’assemblea di ottobre 2024, d’ora in poi IL, da distinguere dall’Instrumentum laboris preparato per l’assise del 2023, che non userò. ↩
  4. Come è già stato riconosciuto da molti autori, il concilio Vaticano II ha usato in un modo non del tutto univoco le espressioni «Chiesa locale» e «Chiesa particolare»; in seguito, ci fu un dibattito sul significato dei termini e sul senso con cui viene impiegata l’espressione «Chiesa universale»; cf. G. Routhier, «Église locale» ou «Église particulière»: querelle sémantique ou option théologique?, in Studia canonica 25 (1991), 277-334. Per quanto riguarda la XVI assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi, l’IL e il DF del sinodo sulla sinodalità usano poche volte il termine «Chiesa universale», preferendo piuttosto «Chiesa tutta» o espressioni analoghe, e non usano l’espressione «Chiesa particolare», preferendo «Chiesa locale». Il mio testo non ha l’obiettivo di spiegare tutti gli elementi che hanno portato a questa scelta. Seguirò la terminologia usata da questi documenti, anche presente nel titolo del forum a cui ho fatto riferimento nella nota iniziale e, quando la materia lo richieda, offrirò una mia spiegazione sul motivo di tale scelta terminologica. ↩
  5. Cf. Francesco, Discorso inaugurale della seconda sessione dell’assemblea ordinaria del Sinodo dei vescovi, 2 ottobre 2024, in https://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2024/october/documents/20241002-sinodo-vescovi.html (consultato il 22 febbraio 2025). ↩
  6. Papa Francesco continuava il discorso affermando che «La relazione con Cristo e tra tutti in Cristo – quelli che ci sono e quelli che ancora non ci sono ma che sono attesi dal Padre – realizza la sostanza e modella in ogni tempo la forma della Chiesa». Cioè, alcune relazioni sono alla base della sinodalità ma sono anche alla base della Chiesa comunione. ↩
  7. Negli anni postconciliari G. Philips ha sostenuto con argomenti abbastanza convincenti che la Chiesa particolare (o locale) appartiene, nella sua natura teologica, al diritto divino della Chiesa fondata da Cristo (cf. G. Philips, Utrum Ecclesiae particulares sint iuris divini an non, in Periodica de re morale canonica liturgica 68 [1969], 143-154). «Es habitual afirmar que el Concilio Vaticano II ha puesto mayor énfasis en la condición del obispo como miembro del Colegio episcopal que como cabeza de la Iglesia local. Y es cierto que el Concilio no contempla de manera sistemática la estructuración de la Iglesia en Iglesias locales; al menos no hace de esa perspectiva un eje de su exposición doctrinal […] sabemos, sin embargo, que el Concilio también considera con atención la Iglesia local, y sus obispos como vicarios de Cristo y verdaderos pastores de cada Iglesia» (J.R. Villar, La teología ortodoxa de la Iglesia local, in P. Rodríguez et al. [ed.], Pueblo de Dios, cuerpo de Cristo, templo del Espíritu Santo. Implicaciones estructurales y pastorales en la «communio», Pamplona, Eunsa, 1996, 459). Per l’influsso della teologia ortodossa cf. J.R. Villar, Teología de la Iglesia particular. El tema en la literatura francesa hasta el Concilio Vaticano II, Pamplona, Eunsa, 1989. ↩
  8. Cf. H. Legrand, «Un solo vescovo per città». Tensioni sull’espressione della cattolicità della Chiesa dopo il Vaticano II, in H. Legrand – J. Manzanares – A. García y García (ed.), Chiese locali e Cattolicità. Atti del Colloquio internazionale di Salamanca, Bologna, EDB, 1994, 385. ↩
  9. Il concilio Vaticano II ha affermato che la Chiesa locale (la diocesi) «è una porzione del popolo di Dio affidata alle cure pastorali del vescovo, coadiuvato dal suo presbiterio, in modo che, aderendo al suo pastore, e da questi radunata nello Spirito Santo per mezzo del Vangelo e della eucaristia, costituisca una Chiesa particolare nella quale è presente e opera la Chiesa di Cristo, una, santa, cattolica e apostolica» (Concilio Vaticano II, decreto Christus Dominus, n. 11). ↩
  10. Concilio Vaticano II, costituzione dogmatica Lumen gentium, n. 23. ↩
  11. Cf. S. Madrigal Terrazas, A propósito del binomio Iglesia universal-Iglesias particulares: status quaestionis, in Diálogo Ecuménico 39/123 (2004), 5-30; P. Goyret, Ermeneutica conciliare ed ecclesiologia contemporanea, in Annales Theologici 23/2 (2009), 405-440; R. Repole, Popolo di Dio nella forma di Corpo di Cristo: una proposta ecclesiologica, in Isidorianum 32/1 (2023), 199-201; M. Lamanna, Il tutto nel frammento: (reciproca) immanenza e partecipazione (ontologica), in A. Clemenzia – N. Salato (ed.), Autorità e partecipazione nella Chiesa, Firenze, Nerbini, 2025, 112-121, con speciale riferimento a Eugenio Corecco. ↩
  12. Per chiarezza, adopero «struttura» al singolare per riferirmi alla struttura relazionale che sottostà alle diverse forme istituzionali. Queste ultime possono essere anche chiamate strutture, al plurale, ma non hanno lo stesso significato del termine che uso al singolare. Nei testi teologici, però, normalmente il lettore vedrà «strutture» e «istituzioni» come sinonimi. ↩
  13. Mi auguro che l’approfondimento sulle relazioni che si è fatto durante il percorso sinodale e, più in concreto, nei lavori assembleari, possa aiutarci ad evitare di capire la forma con cui la Chiesa si presenta sulla terra come se fosse una sovrastruttura di potere, clericale, nata dall’importazione di forme di organizzazione socio-politica o imprenditoriale. ↩
  14. Basti qui ricordare, in ambito cattolico, i lavori di B. Forte, di J. Ratzinger, di J.-M.R. Tillard o di P. McPartlan. Nell’ambito ortodosso spicca il lavoro di J. Zizioulas. ↩
  15. Cf. IL, Introduzione alla Parte III. ↩
  16. «Non si appartiene alla Chiesa universale in modo mediato, attraverso l’appartenenza ad una Chiesa particolare, ma in modo immediato, anche se l’ingresso e la vita nella Chiesa universale si realizzano necessariamente in una particolare Chiesa. Nella prospettiva della Chiesa intesa come comunione, l’universale comunione dei fedeli e la comunione delle Chiese non sono dunque l’una conseguenza dell’altra, ma costituiscono la stessa realtà vista da prospettive diverse» (Congregazione per la dottrina della fede, lettera Communionis notio, 28 maggio 1992, n. 10). ↩
  17. Congregazione per la dottrina della fede, Communionis notio, n. 11. ↩
  18. Ovviamente, questa vicinanza e concretezza sono evidenziate dal paradigma sinodale, ma non sono suo patrimonio esclusivo, perché appartengono al mistero della Chiesa che si comprende con accenti specifici attraverso i diversi paradigmi. ↩
  19. Cf. IL, n. 80. ↩
  20. Pio IX ha confermato come interpretazione autentica del concilio Vaticano I la risposta dei vescovi tedeschi al dispaccio circolare di Bismarck del 1875; cf. DH, nn. 3112-3117. «Secondo questa Risposta, il primato di giurisdizione del Papa non riduce l’autorità ordinaria dei vescovi, perché l’episcopato si basa “sulla stessa istituzione divina” dell’ufficio papale» (Dicastero per la promozione dell’unità dei cristiani, Documento di studio, Il vescovo di Roma: primato e sinodalità nei dialoghi ecumenici e nelle risposte all’enciclica Ut unum sint: un documento di studio, Città del Vaticano, LEV, 2024, n. 65). ↩
  21. Cf. IL, n. 89 e, per quanto riguarda il desiderio di una Chiesa più relazionale e vicina alle persone, DF, n. 28. ↩
  22. Quando essa compare, si tratta di citazioni di altri documenti. ↩
  23. Cf. DF, nn. 37-38, tra altri luoghi. ↩
  24. XVI assemblea generale del Sinodo dei vescovi, Documento finale, 26 ottobre 2024, n. 31, in https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2024/10/26/0832/01659.html (consultato il 7 marzo 2025). La sinodalità è vista in questo numero come modo specifico di vivere e operare della Chiesa popolo di Dio, alla stregua del documento della CTI del 2018. ↩
  25. Cf. A. Amato, L’ecclesiologia di comunione e la lettera «Communionis notio» della Congregazione per la Dottrina della Fede, in Angelicum 83/4 (2006), 878-880. ↩
  26. In una fase successiva, quando sia più chiaro il rapporto tra Chiesa sinodale e comunione, si potrà capire meglio il senso delle espressioni «corpo delle Chiese» e «comunione delle Chiese», e se vale la pena adoperare una piuttosto dell’altra. ↩
Citazione:

M. de Salis, I legami comunitari, in Fidei Communio 2/1 (2026), 101-115

DOI: 10.12875/FC261006