Fidei Communio 2026/1

Rivista semestrale di Teologia e Studi religiosi

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Contributi di Alessandro Clemenzia, Marta Busani, Pierpaolo Donati, Mario Morcellini, José Rico Pavés, Arturo Cattaneo, Miguel de Salis, Francesco Spinelli, Jacques Servais, Hyacinthe Destivelle, Nicola Salato, Jacques Bagnoud, Marco Lamanna, Massimo Borghesi, Francesca Leto

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Fidei Communio 2026/1

Mario Morcellini

Se cessiamo di essere Università. Verso un nuovo progetto culturale

Il saggio è dedicato a Luisa Ribolzi, ordinaria di Sociologia dell’educazione all’Università Cattolica di Milano, che ha studiato con stile impareggiabile i temi della scuola e dell’università.

 
 

Una riflessione sull’università ambientata al nostro tempo deve anticipare che termini quali communio e communitas hanno il potere di riaprire la discussione su tante acquisizioni e belle sicurezze, ispiratrici delle stagioni di estenuante riformismo, quasi sempre di corto respiro, che ha stressato il sistema dell’alta formazione negli ultimi decenni.1

Pochi termini come questi mettono altrettanto a nudo la debolezza e talora l’evanescenza dei principi a cui il cambiamento retoricamente si ispirava, ed acutizzano al tempo stesso i rischi di svuotamento di senso dell’istituzione accademica. Ancora una riprova, dunque, che parole dal sapore sapientemente arcaico risultano evidenziatori appropriati al fine di interrogarci sul punto della storia plurisecolare dell’Università cui siamo arrivati.Mai come oggi, infatti, l’Università rappresenta un caleidoscopio di valori anche diversi, da quelli tradizionali agli accenti più “nuovisti”; entrambi hanno tuttavia la forza di dischiudere interi mondi possibili. Non è mancata, peraltro, un’intensa elaborazione culturale che ha valutato lo spazio simbolico dell’Accademia pur attraversato da segnali contraddittori: sintomi di crisi, accanto ad impulsi all’innovazione, che si rincorrono e si confondono rendendo difficile decifrare la rotta del cambiamento: è diventato più complicato capire in che direzione si stia effettivamente andando. Proprio per questo, fermarsi a mettere a fuoco più lucidamente l’idea, e dunque il modello emergente di università, favorisce un percorso di chiarimento sempre che si condivida l’esigenza di una rinnovata Mai come oggi, infatti, l’Università rappresenta un caleidoscopio di valori anche diversi, da quelli tradizionali agli accenti più “nuovisti”; entrambi hanno tuttavia la forza di dischiudere interi mondi possibili. Non è mancata, peraltro, un’intensa elaborazione culturale che ha valutato lo spazio simbolico dell’Accademia pur attraversato da segnali contraddittori: sintomi di crisi, accanto ad impulsi all’innovazione, che si rincorrono e si confondono rendendo difficile decifrare la rotta del cambiamento: è diventato più complicato capire in che direzione si stia effettivamente andando. Proprio per questo, fermarsi a mettere a fuoco più lucidamente l’idea, e dunque il modello emergente di università, favorisce un percorso di chiarimento sempre che si condivida l’esigenza di una rinnovata Non è mancata, peraltro, un’intensa elaborazione culturale che ha valutato lo spazio simbolico dell’Accademia pur attraversato da segnali contraddittori: sintomi di crisi, accanto ad impulsi all’innovazione, che si rincorrono e si confondono rendendo difficile decifrare la rotta del cambiamento: è diventato più complicato capire in che direzione si stia effettivamente andando. Proprio per questo, fermarsi a mettere a fuoco più lucidamente l’idea, e dunque il modello emergente di università, favorisce un percorso di chiarimento sempre che si condivida l’esigenza di una rinnovata professione di fede nell’Università. Quella stessa evocata programmaticamente anni fa da Jacques Derrida e Pier Aldo Rovatti fin dalle primissime righe del loro appassionato e fortunato testo;2 la provocazione, del resto, consiste nel rilanciare percorsi critici e di contestualizzazione connessi ai tanti cambiamenti recenti: un appello più convincente e urgente che mai.Il cambiamento del resto si gioca sulla capacità di lavorare sulla Il cambiamento del resto si gioca sulla capacità di lavorare sulla cultura condivisa, alimentando nel tempo un sentimento di comunità e consenso sui principi che chiameremo communio, riferendoci anche alla radice semantica di «condividere i doni». Puntare infatti sul messaggio della condivisione significa anzitutto rivendicare l’integrità del mondo accademico, ma anche il progetto di portare a galla un sistema simbolico di valori che si riverbera in una specifica mission culturale e aspira ad una visione di sviluppo. In altre parole, il messaggio è quello di distanziarci dai problemi che occupano la retina dell’attualità e persino dal set delle parole-chiave che ogni volta diventano la prima emergenza, che presenta sempre il difetto di rinviare una più ampia riflessione culturale.Ecco perché diventa utile assumere l’ottica di lungo periodo, che presenta il vantaggio di cogliere meglio i limiti della fase storica che stiamo vivendo e soprattutto la proiezione al futuro, anche promuovendo lo sforzo di intravvedere nei valori contemporanei una eco, più o meno impegnativa, dell’epoca dell’invenzione dell’università. Non a caso, in un’ottica di questo genere, il primo elemento da segnalare è proprio la persistenza di un network di principi e orientamenti valoriali che la successione dei secoli, e persino i tumulti del cambiamento d’epoca, non sono riusciti del tutto ad espugnare. Certo, occorre tener conto della variabilità nelle risposte individuali della comunità accademica, influenzate dai climi culturali circostanti, ma è impensabile non ammettere che il sentimento di attenzione e riverenza nei confronti dell’ethos degli studi universitari risulti ancora significativamente diffuso e condiviso, in particolare tra i docenti. Apparentemente, i linguaggi con cui questo sentimento viene percepito e restituito si declinano entro una linguistica in buona misura inevitabilmente diversa rispetto alle premesse storiche di partenza; quel che conta però è riconoscere che la responsabilità di ruolo degli addetti universitari alla formazione e alla riproduzione sociale del sapere costituisce ancor oggi una rassicurante certezza in tempi che sembrano volgere verso le “sabbie mobili” dell’instabilità e dell’insicurezza. Riassumendo il richiamo ad una linea di coerenza con lo spirito dei fondatori, occorre ispirarci ad un mitico motto di Braudel: «per essere, bisogna essere stati». Ecco perché diventa utile assumere l’ottica di lungo periodo, che presenta il vantaggio di cogliere meglio i limiti della fase storica che stiamo vivendo e soprattutto la proiezione al futuro, anche promuovendo lo sforzo di intravvedere nei valori contemporanei una eco, più o meno impegnativa, dell’epoca dell’invenzione dell’università. Non a caso, in un’ottica di questo genere, il primo elemento da segnalare è proprio la persistenza di un network di principi e orientamenti valoriali che la successione dei secoli, e persino i tumulti del cambiamento d’epoca, non sono riusciti del tutto ad espugnare. Certo, occorre tener conto della variabilità nelle risposte individuali della comunità accademica, influenzate dai climi culturali circostanti, ma è impensabile non ammettere che il sentimento di attenzione e riverenza nei confronti dell’ethos degli studi universitari risulti ancora significativamente diffuso e condiviso, in particolare tra i docenti. Apparentemente, i linguaggi con cui questo sentimento viene percepito e restituito si declinano entro una linguistica in buona misura inevitabilmente diversa rispetto alle premesse storiche di partenza; quel che conta però è riconoscere che la responsabilità di ruolo degli addetti universitari alla formazione e alla riproduzione sociale del sapere costituisce ancor oggi una rassicurante certezza in tempi che sembrano volgere verso le “sabbie mobili” dell’instabilità e dell’insicurezza. Riassumendo il richiamo ad una linea di coerenza con lo spirito dei fondatori, occorre ispirarci ad un mitico motto di Braudel: «per essere, bisogna essere stati».3Certo, non possiamo pretendere che il legame con il mandato originario risulti vistoso o riconoscibile, ma lo stesso aumento, non solo quantitativo, della letteratura sulla permanente forza degli studi accademici appare rilevante, così come la singolarità dei riti accademici in tempi di sventata modernità. Ne fanno fede quei documenti, essenziali e tutt’altro che scontati, dalle prolusioni dei rettori alle inaugurazioni degli anni accademici, che stanno a documentare una discreta continuità anche retorica della Certo, non possiamo pretendere che il legame con il mandato originario risulti vistoso o riconoscibile, ma lo stesso aumento, non solo quantitativo, della letteratura sulla permanente forza degli studi accademici appare rilevante, così come la singolarità dei riti accademici in tempi di sventata modernità. Ne fanno fede quei documenti, essenziali e tutt’altro che scontati, dalle prolusioni dei rettori alle inaugurazioni degli anni accademici, che stanno a documentare una discreta continuità anche retorica della mission.4Nel complesso, a fronte della radicalità dei cambiamenti, colpisce positivamente una discreta continuità di condivisione morale e autopercezione della dignità dell’insegnamento e della sua funzione sociale. Ai fini di una speculazione intellettuale fondata, si deve annotare che, rispetto al cambiamento di tutte le architetture sociali, istituzionali e persino “cognitive”, l’università sembra comparativamente più fedele al suo spirito originario.Posto questo primo elemento di riconoscimento simbolico occorre poi interrogarci su quali dimensioni, parole-chiave e soprattutto contenuti rischiamo di aver smarrito nel tempo, così depotenziando e mettendo a rischio il senso e il valore dell’Accademia. Trascurando qui il riferimento critico, e mai entusiasmante, alle politiche pubbliche sulla formazione e sull’adeguatezza delle decisioni di investimento e di spesa, qui si affronterà il tema dell’impatto che la società della conoscenza, e specificamente quella dell’informazione e delle tecnologie cognitive, rischia di esercitare su una piattaforma storica centrata su Nel complesso, a fronte della radicalità dei cambiamenti, colpisce positivamente una discreta continuità di condivisione morale e autopercezione della dignità dell’insegnamento e della sua funzione sociale. Ai fini di una speculazione intellettuale fondata, si deve annotare che, rispetto al cambiamento di tutte le architetture sociali, istituzionali e persino “cognitive”, l’università sembra comparativamente più fedele al suo spirito originario.Posto questo primo elemento di riconoscimento simbolico occorre poi interrogarci su quali dimensioni, parole-chiave e soprattutto contenuti rischiamo di aver smarrito nel tempo, così depotenziando e mettendo a rischio il senso e il valore dell’Accademia. Trascurando qui il riferimento critico, e mai entusiasmante, alle politiche pubbliche sulla formazione e sull’adeguatezza delle decisioni di investimento e di spesa, qui si affronterà il tema dell’impatto che la società della conoscenza, e specificamente quella dell’informazione e delle tecnologie cognitive, rischia di esercitare su una piattaforma storica centrata su Posto questo primo elemento di riconoscimento simbolico occorre poi interrogarci su quali dimensioni, parole-chiave e soprattutto contenuti rischiamo di aver smarrito nel tempo, così depotenziando e mettendo a rischio il senso e il valore dell’Accademia. Trascurando qui il riferimento critico, e mai entusiasmante, alle politiche pubbliche sulla formazione e sull’adeguatezza delle decisioni di investimento e di spesa, qui si affronterà il tema dell’impatto che la società della conoscenza, e specificamente quella dell’informazione e delle tecnologie cognitive, rischia di esercitare su una piattaforma storica centrata su altri codici e forme di trasmissione della cultura e del sapere, fondati sulla centralità della cultura alfabetico-grafica e sul libro. Escludiamo anzitutto ogni indulgenza rispetto a lamentazioni relative all’ipotesi che il suprematismo digitale rischi di alterare la comunicazione didattica, poiché con ogni evidenza essa ha tutto da guadagnare in termini di ampliamento dell’accesso e miglior allineamento alle culture giovanili, da un sapiente ricorso ai linguaggi nuovi, alle cosmologie digitali e soprattutto a quelle dell’Intelligenza artificiale. La questione è un’altra, e riguarda proprio la necessità di salvaguardare l’autonomia del pensiero e lo spirito critico in un’epoca in cui la dedizione giovanile all’infosfera5 rischia di alimentare una cultura alternativa e banalmente nuova; perché sempre così viene chiamata dal marketing. Il nodo concettuale che stiamo vivendo è infatti un altro: il dispotismo delle tecnologie e dell’AI possono trasformarsi in una sorta di egemonia culturale ispirata al primato della tecnica invece che alla consapevolezza e autonomia delle persone. È in questo contesto, allora, che gli interrogativi relativi alla sopravvivenza di concetti e realtà quali communio e spirito comunitario – intesi come valori intangibili e immateriali della “sana e robusta costituzione universitaria” – riguadagnano una sorprendente centralità. Occorre allora il coraggio di ripartire dalla visione medioevale, non certo per rimpiangere un modello affascinante ma largamente tramontato, interrogandoci sugli sviluppi successivi fino a quelli contemporanei; da un lato, si prospetta così l’ipotesi di una difficoltà strutturale a conservare integro lo spirito dell’università, ma dall’altro una significativa capacità di “cambiare, senza smettere di essere”. Del resto, la permanente forza della tradizione universitaria prende le mosse da una sapiente coltivazione della memoria e dei fondatori, richiamando alla mente alcuni tratti, anche concettuali, decisivi ancor oggi per ricostruire la linearità di un passaggio alla modernità che sia capace di rinnovare un messaggio di fiducia nel futuro. Per consolidare rigorosamente un’impostazione così ambiziosa, ricorro alle parole di Angelo Sindoni, uno storico moderno dell’Università di Messina, scomparso da pochi anni, ma il cui pensiero sull’origine dell’università rappresenta una bella prova di anticipazione del futuro: Per consolidare rigorosamente un’impostazione così ambiziosa, ricorro alle parole di Angelo Sindoni, uno storico moderno dell’Università di Messina, scomparso da pochi anni, ma il cui pensiero sull’origine dell’università rappresenta una bella prova di anticipazione del futuro:
Ripercorrere la genesi dell’Università significa andare alle origini del concetto stesso di Europa. Uscendo dalla caligine dell’alto medioevo, con i bagliori di quello che viene chiamato il «rinascimento del XII secolo», nasce l’università come fatto peculiare della civiltà occidentale.6
Non casualmente, il testo richiama la letteratura che ha accompagnato scientificamente il percorso degli Studia, entro cui è saliente il riferimento ad uno dei maggiori contributori della storiografia universitaria come Charles Homer Haskins, secondo cui «le università, come le cattedrali e i parlamenti, sono un prodotto del medioevo».7 In altri termini, la stessa entusiasmante creazione dell’idea e della realtà delle università ha costituito un rilevante acceleratore di quel movimento culturale chiamato Umanesimo, che è alla base della cultura e dell’identità europea.

1. L’invenzione medievale dell’università

L’enfasi scelta del titolo basta da sola a stressare, sempre in ritardo, la visione del Medioevo descritta essenzialmente quale galleria di secoli bui, mai dimenticando in proposito la lezione innovatrice di Franco Cardini. Intanto, è acquisito agli studi che l’istituzione lenta e progressiva delle università rappresenta una delle principali «eredità del Medioevo latino». È uno storico della filosofia medievale dell’Università del Salento, Pasquale Porro, ad illuminarci non solo sulla radicalità di questa innovazione culturale e formativa, ma anche sull’impatto che essa ha giocato nella storia della cultura occidentale, non trascurando da un lato le benemerenze storiche dei monasteri ma anche la circostanza che non si è trattato di una prerogativa esclusivamente europea.

Rappresenta tuttavia una perdita secca di memoria e persino di orgoglio trascurare che la stessa invenzione del concetto di Università configuri un nodo con cui dobbiamo misurarci: avviene in un’epoca in cui le condizioni sociali ed economiche potevano rendere insostenibile (nel senso moderno del termine) l’elaborazione di un percorso formale votato a conservare il sapere ma anche a trasmetterlo, e dunque inevitabilmente ad implementarlo. Esso risulta oggettivamente ispirato ad un’idea che appare sconvolgente per quei tempi: l’educabilità degli uomini, e cioè la messa in campo di un’istituzione che si fonda sul progetto di sottoporre uomini e giovani ad una sequenza meditata di discipline il cui concorso forma la personalità e la mente, rendendo gli esseri umani migliori. È dunque rilevante collegare il fervore culturale che ha ispirato la nascita delle prime università non nel Rinascimento ma nel pieno Medioevo, di cui gli È dunque rilevante collegare il fervore culturale che ha ispirato la nascita delle prime università non nel Rinascimento ma nel pieno Medioevo, di cui gli Studia sono un tipico portato; ancora una volta richiamiamo lo scritto di Sindoni, secondo cui
nel giro di pochi secoli le Università si rivelavano miniere preziosissime di molte forme del sapere, risultando lo specchio fedele di come la società europea si andava evolvendo nel profondo. Tralasciando aspetti al limite della tecnica e della cultura materiale come il libro, un manufatto che acquisiva un ruolo nuovo e propulsivo nella vita universitaria,8
non possiamo non accennare alla figura sostanzialmente nuova, legata alla comparsa del docente nell’università: un lavoratore del pensiero, insomma l’intellettuale o meglio il «lavoratore intellettuale», com’è stato acutamente definito da uno dei maggiori medievisti, Jacques Le Goff.9 Un esempio eloquentemente rappresentativo di questa categoria è stato certamente Tommaso d’Aquino, infaticabile docente all’Università di Parigi e in altri contesti italiani, non trascurando però che, nei sette anni parigini, egli «teneva normalmente fino a due dispute la settimana».10Occorre dunque il coraggio di ripartire dalla visione medioevale, non certo per rimpiangere quel modello tuttavia affascinante, ma per interrogarci su quanto gli sviluppi successivi, soprattutto contemporanei, abbiano avuto la sapienza di attuare un implicito connesso allo spirito dell’università, quello di “cambiare senza smettere di essere”.Qui si inseriscono termini quale Occorre dunque il coraggio di ripartire dalla visione medioevale, non certo per rimpiangere quel modello tuttavia affascinante, ma per interrogarci su quanto gli sviluppi successivi, soprattutto contemporanei, abbiano avuto la sapienza di attuare un implicito connesso allo spirito dell’università, quello di “cambiare senza smettere di essere”.Qui si inseriscono termini quale Qui si inseriscono termini quale communio e communitas, poiché la sostanza di questi termini si fonda sull’idea di comprendere cosa è l’uomo, un interrogativo che porta a riflettere sul significato storico del termine “persona”,11 inteso come fondamento dell’etica.Si pensi dunque a quanta modernità, esplicita o talora implicita (e dunque sviluppata nei secoli successivi), si ravvisa in questa elaborazione culturale che proprio Tommaso d’Aquino riassume così: «è un essere che si distingue da tutti gli altri esseri attraverso la dignità, e […] implica la dignità così alta di possedere la ragione [al punto che] ogni individuo razionale si chiama persona». Si pensi dunque a quanta modernità, esplicita o talora implicita (e dunque sviluppata nei secoli successivi), si ravvisa in questa elaborazione culturale che proprio Tommaso d’Aquino riassume così: «è un essere che si distingue da tutti gli altri esseri attraverso la dignità, e […] implica la dignità così alta di possedere la ragione [al punto che] ogni individuo razionale si chiama persona».12 Qualche studioso del digitale in vena di citazioni potrebbe qui scorgere il fondamento della esigenza contemporanea a poter contare su una “sovranità cognitiva” del soggetto moderno, in un contesto in cui le piattaforme digitali sembrano costruire intorno a lui un “paramento” di idee, opinioni e figurazioni che rischiano di costituire una vera e propria nuova «egemonia culturale».Dal punto di vista retrospettivo viene poi alla mente, riflettendo sull’ascendenza medioevale degli Dal punto di vista retrospettivo viene poi alla mente, riflettendo sull’ascendenza medioevale degli Studia, il nodo dell’autonomia dallo Stato, da ogni potere e in particolare dalla politica. Lasciando sullo sfondo gli echi moderni di tante università americane unite in difesa proprio di questo principio, passiamo a citare le parole chiave che più rischiano di scivolare sullo sfondo dell’attenzione. Entro una visione ricostruttiva del percorso storico dal Medioevo ad oggi, anzitutto si staglia il concetto di formazione della persona, che meglio dovremmo definire, con il suo indimenticato autore Werner Jaeger, Paideia, ispirandoci al suo fondativo testo dedicato alla «formazione dell’uomo greco».13 Ma decidendo di non trascurare concetti altrettanto radicali del gesto formativo, dobbiamo aggiungere almeno i termini “verità”, “parità dei diritti”, “difesa del senso” e infine “autonomia” del soggetto moderno.

2. Le parole chiave per capire l’idea e il senso di Universitas

Per sostenere adeguatamente la riflessione promessa nel titolo, non c’è niente di meglio che ispirarsi alla letteratura europea che, dalla fine dell’Ottocento, ha riflettuto più lucidamente sull’idea di Università, e sulle sue radici medievali; in proposito, torna ancora una volta congruente un riferimento al saggio di Sindoni: la fioritura di atenei in età medievale e nei secoli successivi rappresenta «uno dei prodotti più gloriosi della civiltà moderna che, pur con alti e bassi, arriva fino ai giorni nostri e che l’Europa ha esportato in tutto il mondo».14

La visione affermatasi per tempo, grazie all’innovazione regalata da Alexander von Humboldt a questo dibattito, è certamente l’idea di una formazione completa della persona che rinvia ad un altro lemma, relativo alla “unità di tutti i saperi”, esplicito del resto nello stesso sostantivo Universitas. Un tale concetto è così programmatico nel pensiero di questo studioso da sostenere che l’essenza dell’università consiste «nel collegare interiormente la scienza oggettiva all’educazione soggettiva»,15 ribadendo peraltro che docenti e discenti esistono come tali in funzione del progresso della scienza. La loro alleanza si fonda sulla consapevolezza di non-sapere, che l’insegnamento potrà almeno in parte superare, in un disegno generoso di allargamento dell’accesso alla conoscenza. Questa impostazione linguistica ci porta all’anticipazione di un potente valore novecentesco, quello di interdisciplinarità quale ethos tipico della cultura accademica. Un elaborato processo riflessivo su questo tema era ben vivo nel dibattito intellettuale, al punto che John Henry Newman arriva a qualificare l’università come «istituto di libertà», regalando agli studi una rilevante innovazione metodologica, fondamentale per cogliere lo specifico della formazione universitaria. Essa deve aiutare lo studente a imparare ad imparare,16 in un processo continuo di incremento dei saperi conseguito grazie alla forza del metodo, sempre nell’obiettivo di raggiungere la formazione completa dell’individuo. Sempre Newman polemizza contro il nozionismo e la mera erudizione, a favore di strumenti educativi che non si limitino a comunicare contenuti o informazioni, ma risultino adeguati a trasmettere sapienza:17 la capacità di sintesi e l’apertura mentale al confronto delle idee; si richiama così quella che nei secoli fondativi veniva chiamata disputatio: quella discussione pubblica che, a ben vedere, è la radice della scienza. Colpisce l’assoluta modernità linguistica dei concetti difesi da questo straordinario pensatore: siamo infatti invitati a Colpisce l’assoluta modernità linguistica dei concetti difesi da questo straordinario pensatore: siamo infatti invitati a
parlare dell’università come un luogo di educazione più che di istruzione […] educazione è una parola più alta: implica un’azione sulla nostra natura mentale e la formazione del carattere. Mentre i principi generali di ogni materia si possono apprendere dai libri e a casa; il dettaglio, il colore, il tono, l’atmosfera, la vita che la rende viva, tutto questo lo si può cogliere in coloro nei quali già vive.18
Siamo ora nel Novecento con Edith Stein, che rilancia con forza l’idea di una formazione dell’uomo nella sua globalità quale missione specifica dell’università, anticipando una polemica sul pericolo rappresentato dalla frammentazione e infinitesimale specializzazione dei saperi. Esso ha oggettivamente favorito ambiti scientifici troppo simili a fortini assediati e non comunicanti, alimentando «un sapere di tipo specialistico privo di anima»,19 che rappresenta oggi il limite più clamoroso per il futuro dell’università. Nello sforzo di valorizzare le formulazioni fondative nel fine di cogliere in profondità lo spirito degli atenei, colpisce che siamo costretti a ricorrere a pensatori come quelli citati, al fine di rivalutare adeguatamente l’importanza dei lemmi “comunità” e “comunione”, che consentono di credere ancora in una produzione del sapere critico e della sua diffusione nella società. Ne troviamo un documento nella potente riattualizzazione che ne ha offerto, ad esempio, una ex presidente della Corte costituzionale come Marta Cartabia: «Seminare nel campo dell’istruzione significa investire nei cittadini di oggi e di domani. Un nesso strettissimo lega il destino della democrazia a quello dell’educazione». Nello sforzo di valorizzare le formulazioni fondative nel fine di cogliere in profondità lo spirito degli atenei, colpisce che siamo costretti a ricorrere a pensatori come quelli citati, al fine di rivalutare adeguatamente l’importanza dei lemmi “comunità” e “comunione”, che consentono di credere ancora in una produzione del sapere critico e della sua diffusione nella società. Ne troviamo un documento nella potente riattualizzazione che ne ha offerto, ad esempio, una ex presidente della Corte costituzionale come Marta Cartabia: «Seminare nel campo dell’istruzione significa investire nei cittadini di oggi e di domani. Un nesso strettissimo lega il destino della democrazia a quello dell’educazione». Ne troviamo un documento nella potente riattualizzazione che ne ha offerto, ad esempio, una ex presidente della Corte costituzionale come Marta Cartabia: «Seminare nel campo dell’istruzione significa investire nei cittadini di oggi e di domani. Un nesso strettissimo lega il destino della democrazia a quello dell’educazione».20 Si tratta di una citazione impegnativa che consente di valorizzare pienamente la radice stessa del nome Universitas (ad unum vertere): essa contiene la scintilla della parità dei diritti, dell’inclusione e dell’universalismo, superando l’eccesso di specializzazioni verso un sapere universale. Non a caso, per arrivare finalmente a citazioni anche contemporanee, Nik Non a caso, per arrivare finalmente a citazioni anche contemporanee, Nikolaus Lobkowicz, già rettore dell’Università di Monaco, sostiene che «una buona università trasmette non solo il sapere, ma anche posizioni, virtù e convinzioni rilevanti per l’esistenza».21 Egli sottolinea che «nel XVI secolo si era consapevoli, per lo meno i giuristi […], del fatto che “universitas” è la denominazione per quaedam persona ficta: un gruppo di persone che formavano insieme un’unica persona».22Questo universalismo caratterizzava anche il sapere trasmesso dall’università, rispecchiandosi nella lingua usata per l’insegnamento, quella universale del latino. Peraltro, una tale uniformità consentiva, almeno sul piano teorico, la validità universale dei titoli universitari. Questo universalismo caratterizzava anche il sapere trasmesso dall’università, rispecchiandosi nella lingua usata per l’insegnamento, quella universale del latino. Peraltro, una tale uniformità consentiva, almeno sul piano teorico, la validità universale dei titoli universitari.23Ad ulteriore conferma dell’intrinseco legame con la dimensione più collettiva, possiamo infine ricordare il riferimento all’«universitas magistrorum et scholarium parisientium», Ad ulteriore conferma dell’intrinseco legame con la dimensione più collettiva, possiamo infine ricordare il riferimento all’«universitas magistrorum et scholarium parisientium»,24 che rimanda in tutte le università europee allora create all’idea di comunità e unità sociale, in contrapposizione all’individuo che studia da solo.25

3. Fare i conti con il presente-futuro

Per contestualizzare ora la riflessione sulla mission occorre attualizzarla alle preoccupazioni dell’oggi, soprattutto in conseguenza di profonde trasformazioni26 che il sistema universitario ha vissuto, dopo troppi anni in cui era descritto come statico e oligarchico.27 È evidente infatti che, più che in passato, le università agiscono in uno scenario caratterizzato da nuove sfide e opportunità, che travalicano quasi sempre i confini nazionali e giustificano, in particolare, la centralità sull’Europa, potentemente valorizzata dalla mobilità incoraggiata da esperimenti come l’Erasmus che richiamano alla memoria i clerici vagantes.

La velocità e radicalità di tali mutamenti che hanno investito il sistema universitario rilanciano la necessità di riflettere compiutamente sul valore e sulla funzione della formazione superiore: un passaggio chiave per le politiche di sviluppo in qualunque società che voglia definirsi avanzata. La rapidità quasi alluvionale dei mutamenti contemporanei, combinandosi con l’aumento delle aspettative e delle rivendicazioni soggettive, in un contesto di declino di tutte le forme di mediazione tra adulti e giovani, insegnanti ed allievi, istituzione e società, configura uno scenario assolutamente inedito, che rischia di insidiare, alle fondamenta, la visione della comunità universitaria e la stessa costituzione dei valori su cui essa si fonda La rapidità quasi alluvionale dei mutamenti contemporanei, combinandosi con l’aumento delle aspettative e delle rivendicazioni soggettive, in un contesto di declino di tutte le forme di mediazione tra adulti e giovani, insegnanti ed allievi, istituzione e società, configura uno scenario assolutamente inedito, che rischia di insidiare, alle fondamenta, la visione della comunità universitaria e la stessa costituzione dei valori su cui essa si fonda.28Diventa urgente allora interrogarci sul modello di formazione da mettere in campo, facendolo assurgere a piattaforma fondamentale del nostro possibile cambiamento. Richiamiamo allora i nodi fondamentali, partendo dai mutamenti radicali dell’utenza giovanile a cui l’università prevalentemente si rivolge, per poi riflettere sul senso complessivo dell’insegnamento erogato oggi, in termini di attualità permanente di alcuni valori e di aggiornamento del linguaggio e degli stili di trasmissione, su cui siamo già in ritardo.Si tratta di reagire al clima di disintermediazione con una rinnovata attenzione all’insegnamento, sciaguratamente trascurato persino nelle norme che regolano le attuali abilitazioni scientifiche nazionali, in cui esso è riconosciuto solo se maturato all’estero. Occorre ricordare che il trasferimento del sapere alle generazioni (e dunque la prima missione dell’università, quella di trasmettere la conoscenza), è il luogo in cui inevitabilmente è più forte la Diventa urgente allora interrogarci sul modello di formazione da mettere in campo, facendolo assurgere a piattaforma fondamentale del nostro possibile cambiamento. Richiamiamo allora i nodi fondamentali, partendo dai mutamenti radicali dell’utenza giovanile a cui l’università prevalentemente si rivolge, per poi riflettere sul senso complessivo dell’insegnamento erogato oggi, in termini di attualità permanente di alcuni valori e di aggiornamento del linguaggio e degli stili di trasmissione, su cui siamo già in ritardo.Si tratta di reagire al clima di disintermediazione con una rinnovata attenzione all’insegnamento, sciaguratamente trascurato persino nelle norme che regolano le attuali abilitazioni scientifiche nazionali, in cui esso è riconosciuto solo se maturato all’estero. Occorre ricordare che il trasferimento del sapere alle generazioni (e dunque la prima missione dell’università, quella di trasmettere la conoscenza), è il luogo in cui inevitabilmente è più forte la Si tratta di reagire al clima di disintermediazione con una rinnovata attenzione all’insegnamento, sciaguratamente trascurato persino nelle norme che regolano le attuali abilitazioni scientifiche nazionali, in cui esso è riconosciuto solo se maturato all’estero. Occorre ricordare che il trasferimento del sapere alle generazioni (e dunque la prima missione dell’università, quella di trasmettere la conoscenza), è il luogo in cui inevitabilmente è più forte la ritualizzazione dell’istituzione accademica. Mentre la ricerca e la «terza missione» sono per definizione più contaminate dai linguaggi della modernità e dai bisogni sottintesi (inclusi quelli di innovazione), è difficile negare che la lezione resti un solido ancoraggio alla tradizione.29 È necessario allora valorizzare e moltiplicare le riflessioni sulla nuova didattica, sfruttando anche ciò che avviene a livello internazionale, nella prospettiva di un insegnamento multimediale e interattivo. Solo una rivoluzione espressiva può efficacemente educare alle competenze di studio e “lettura” del mondo: è la sfida di una nuova Ratio studiorum, inventata a suo tempo dal gesuita abruzzese Claudio Acquaviva d’Aragona,30 cui è giustamente intestata una lapide nella cattedrale di San Giovanni in Laterano.Ma esempi virtuosi e Ma esempi virtuosi e best practices sulla didattica non mancano neppure ai giorni nostri perché, non è banale ribadirlo, l’università non ha mai perduto del tutto una specifica capacità di intercettare la mappa di aspettative sociali decisive per dare un futuro alle persone ed alla comunità; e ogni sforzo costituisce un parametro di autovalutazione del nostro impegno di modernizzazione su cui, come docenti, saremo giudicati. Si tratta anzitutto del valore dello studium e della formazione della persona; ma non si può trascurare il contributo alla preparazione della classe dirigente e la tendenziale funzione di emancipazione rispetto alle basi sociali di partenza. Ancor più centrale appare oggi la dimensione di empowerment fondata su un mix tra educazione alla cittadinanza e profili professionali più delineati che in passato; ma ancor più importante si rivela la vocazione alla diffusione culturale ed al valore della ricerca scientifica,31 che stanno assumendo l’efficace nome riassuntivo di public engagement.32 Proprio quest’ultimo aspetto è alla base della moderna concezione di «terza missione», che rimanda alla crescente capacità delle università di instaurare relazioni con il tessuto socio-economico, contribuendo all’innovazione scientifica e tecnologica del Paese. Ma c’è un significato più profondo di Terza missione, strettamente correlato al valore della divulgazione: rompere definitivamente con il tempo dell’autoreferenzialità, che aveva finito per costruire architetture non sempre comprensibili e aperte a tutti. È qui la scommessa di oggi: Proprio quest’ultimo aspetto è alla base della moderna concezione di «terza missione», che rimanda alla crescente capacità delle università di instaurare relazioni con il tessuto socio-economico, contribuendo all’innovazione scientifica e tecnologica del Paese. Ma c’è un significato più profondo di Terza missione, strettamente correlato al valore della divulgazione: rompere definitivamente con il tempo dell’autoreferenzialità, che aveva finito per costruire architetture non sempre comprensibili e aperte a tutti. È qui la scommessa di oggi: allargare le basi sociali del messaggio, rendendo gli studi universitari sostenibili per una domanda di formazione sempre più inclusiva.In un tale scenario, le università rappresentano la sede naturale per la definizione di sinergie e strategie efficaci, volte all’implementazione di processi di innovazione tecnologica, culturale e sociale. L’offerta di una sempre più qualificata formazione superiore rappresenta un In un tale scenario, le università rappresentano la sede naturale per la definizione di sinergie e strategie efficaci, volte all’implementazione di processi di innovazione tecnologica, culturale e sociale. L’offerta di una sempre più qualificata formazione superiore rappresenta un dovere per ciascun ateneo e la risposta ad un bisogno collettivo per il tessuto sociale. Il richiamo agli imperativi etici che ispirano la nostra azione è particolarmente pertinente coinvolgendo un approfondimento del legame tra modernità e secolarizzazione.33Solo in questo contesto si potrà combattere la riserva mentale che l’università rappresenti un’istituzione solo eurocentrica, non dimenticando che gli ultimi papi ci hanno richiamato ad affrontare, con parole chiave singolarmente convergenti, la denuncia dell’emergenza educativa del nostro tempo. L’attualizzazione della Solo in questo contesto si potrà combattere la riserva mentale che l’università rappresenti un’istituzione solo eurocentrica, non dimenticando che gli ultimi papi ci hanno richiamato ad affrontare, con parole chiave singolarmente convergenti, la denuncia dell’emergenza educativa del nostro tempo. L’attualizzazione della L’attualizzazione della mission indica che la responsabilità precipua dell’università è quella di educare i giovani della modernità, attratti da tecnologie comunicative sempre più scintillanti, caratterizzate dalla frammentazione di stimoli ed esperienze che rendono complicata la “sequenza logica” e lo sforzo di una ricapitolazione e adeguata capacità di ordinamento dei contenuti. L’università può e deve dimostrare la centralità della mediazione e della logica del sapere. A questo fine, occorre una didattica interattiva capace di aggiornare la comunicazione della conoscenza; solo così saremo effettivamente in grado di contrastare le derive della disintermediazione, non a caso vincente nella scena mediale contemporanea. E se l’università non abbandona definitivamente il modello trasmissivo a favore di una ben più feconda sinergia con i suoi stakeholder, i giovani resteranno in completa balia del digitale. Si tratta allora di elaborare strategie e dispositivi effettivamente in grado di «trasformare l’informazione in conoscenza e la conoscenza in sapienza», come ci ha ammonito per tempo Edgar Morin, Si tratta allora di elaborare strategie e dispositivi effettivamente in grado di «trasformare l’informazione in conoscenza e la conoscenza in sapienza», come ci ha ammonito per tempo Edgar Morin,34 adottando un’ottica transdisciplinare capace di creare connessioni e autentica comunicazione e cooperazione tra i saperi.Credere nell’università significa costruire attivamente le condizioni affinché la sollecitazione a una formazione sempre più avanzata e rigorosa diventi forte e riconosciuta, offrendo così un messaggio culturale ineguagliabile alle società contemporanee. È lo sforzo in cui da tempo siamo e ci sentiamo impegnati: rivendicare l’ Credere nell’università significa costruire attivamente le condizioni affinché la sollecitazione a una formazione sempre più avanzata e rigorosa diventi forte e riconosciuta, offrendo così un messaggio culturale ineguagliabile alle società contemporanee. È lo sforzo in cui da tempo siamo e ci sentiamo impegnati: rivendicare l’idea di Università e il suo valore insostituibile per lo sviluppo della persona e della comunità.
  1. Il tema è presente in letteratura, anche per merito della rivista Universitas (e successivamente Atlantide). Per un riferimento a questi principi, rinvio al volume da me cofirmato con V. Martino, Contro il declino dell’Università, Milano, Il Sole 24 Ore, 2005; ma va citato anche un importante testo antologico curato da R. Celada Ballanti – L. Mauro, L’idea di università tra passato e futuro, Genova, Genova University Press, 2011. ↩
  2. J. Derrida – P.A. Rovatti, L’università senza condizione, Milano, Raffaello Cortina, 2002. ↩
  3. Cf. F. Braudel, L’identità della Francia, Milano, Il Saggiatore, 1988; ripetutamente riedito anche in tempi recenti. ↩
  4. Ho riflettuto ripetutamente sul valore dei riti nella comunità accademica, a cui ci richiama del resto il poeta del Piccolo Principe, a partire da Morcellini – Martino, Contro il declino dell’Università. ↩
  5. Dobbiamo questa brillante definizione a Luciano Floridi, per cui rinviamo a L. Floridi, Infosfera. Etica e filosofia nell’età dell’informazione, Torino, Giappichelli, 2009. ↩
  6. Per una panoramica storica sulle origini e lo sviluppo dell’università, con un corredo bibliografico adeguato, rinvio a A. Sindoni, Genesi e sviluppo dell’università in Italia e Europa, in Itinerarium IX/18 (2001), 21-36. ↩
  7. Cf. C.H. Haskins, The Rise of Universities, New York, Henry Holt and Company, 1923. Parti dell’opera sono tradotte e riprodotte in G. Arnaldi (ed.), Le origini dell’Università, Bologna, Il Mulino, 1974. ↩
  8. Sto citando ancora il saggio di Sindoni, Genesi e sviluppo dell’università in Italia e Europa; per il rinvio specifico al ruolo dei manuali e agli artigiani ad essi dedicati, cfr. L. Gargan, Il libro per l’Università, in G.P. Brizzi – I. Verger (ed.), Le Università dell’Europa. Le scuole e i maestri. Il Medioevo, Milano, Silvana editoriale, 1994. ↩
  9. Cf. J. Le Goff, Tempo della Chiesa e tempo del mercante, Torino, Einaudi, 1977 (cf. in particolare il capitolo «Quale coscienza l’Università medievale ha avuto di sé stessa?»). ↩
  10. Sull’insegnamento di san Tommaso a Bologna, cf. J.A. Weisheipl, Friar Thomas d’Aquino: His Life, Thought, and Work, Chicago, Doubleday, 1983; trad. it. Tommaso d’Aquino. Vita, pensiero, opere, Milano, Jaca Book, 1998. ↩
  11. Un’accurata discussione del tema in J. Seifert, Per una filosofia della persona, in Documenti della Fondazione Rui 70 (1998); Seifert era allora rettore dell’Accademia internazionale di filosofia del Liechtenstein. ↩
  12. Rinvio a Seifert, Per una filosofia della persona, per il legame di questa definizione con un incipit di Alberto Magno. ↩
  13. W. Jaeger, Paideia. La formazione dell’uomo greco, Milano, Bompiani, 2003. ↩
  14. Sindoni, Genesi e sviluppo dell’università in Italia, 22; ricordo qui la Bolla di Bonifacio VIII (1303), istitutiva dello Studium Urbis (poi Sapienza), In Supremae Praeminantia Dignitatis, ↩
  15. Rinvio al già citato Celada Ballanti – Mauro, L’idea di università tra passato e futuro. ↩
  16. La letteratura di questo autore sul tema dell’università è quantomai ricca. Cf. J.H. Newman, L’idea dell’Università, A. Bottoni (ed.), Roma, Ed. Studium, 2005. Per ulteriori approfondimenti, Id., La ricerca della verità, con introduzione di G. Velocci, Padova, Messaggero, 1983. ↩
  17. J.H. Newman, Origine e sviluppo dell’Università, Milano, Bompiani, 2008. ↩
  18. Newman, Origine e sviluppo dell’Università, 85. ↩
  19. La citazione di Edith Stein, indiretta, nella prolusione di Eugenio Gaudio, all’inaugurazione dell’A.A. 2019/2020, sesta del suo mandato, intitolata Università, paradigma di libertà. ↩
  20. Anche il riferimento indiretto a Marta Cartabia figura nella già citata prolusione del rettore Gaudio. ↩
  21. N. Lobkowicz, L’arduo percorso verso una «buona» università, in Atlantide VI/19 (2010), 15-19. Si tratta di uno dei più autorevoli contributi recenti al tema, a cui ho contribuito organizzando una discussione pubblica in Sapienza. Cf. https://www.sussidiarieta.net/files/contenuti/1610_1604573509_i465cvetta.pdf ↩
  22. Lobkowicz, L’arduo percorso verso una «buona» università, 15. ↩
  23. J. Verger, Università, in J. Le Goff – J.C. Schmitt (ed.), Dizionario dell’Occidente medievale, 2004, vol. 2, Torino, Einaudi, 1172-1780. ↩
  24. F.H.S. Denifle, Chartularium Universitatis Parisiensis, Paris, Université de Paris, 1897. ↩
  25. G. Dunphy, The Medieval University, in A. Classen (ed.), Handbook of Medieval Culture, vol. 3, Berlin-München-Boston, De Gruyter, 2015, 1705-1734. ↩
  26. Per una ricostruzione critica dei cambiamenti recenti e di lungo periodo, cf., tra gli altri, A. Febbrajo (ed.), Università e società. Mezzo secolo di Università in Italia, Torino, Giappichelli, 2023. ↩
  27. T. Becker – P.R. Trowler, Academic Tribes and Territories: Intellectual Inquiry and the Culture of Disciplines, Buckingham, Open University Press/SRHE, 2001; B.R. Clark, Academic Power in Italy: Bureaucracy and Oligarchy in a National University System, Chicago, University of Chicago Press, 1977. ↩
  28. Il rinvio è ancora a Morcellini – Martino, Contro il declino delle Università. ↩
  29. Entro le sei prolusioni del rettore Eugenio Gaudio, non poteva mancarne una prevalentemente dedicata alla forza dell’«ora di lezione»; rinvio peraltro all’omonimo testo di M. Recalcati (Torino, Einaudi, 2014). ↩
  30. Ratio atque institutio per sex partes ad iussu R.P. Praeposti generalis deputatos conscripta, Romae, Collegio Societatis Iesu, 1956 (Romae, axcudebat Franciscus Zanettus, 1586). Per un approfondimento del ruolo di Acquaviva, essenziale è il rinvio ad A. Guerra, Un generale fra le milizie del papa: la vita di Claudio Acquaviva scritta da Francesco Sacchini della Compagnia di Gesù, Milano, Franco Angeli, 2001. ↩
  31. Un testo in cui è efficacemente discussa questa funzione dell’università è stato curato da P.G. Palla – I. Ceccarini, Perché l’Università. Riflessioni sull’etica del sapere, Roma, Edimond, 2007. ↩
  32. Su questo tema, con particolare riferimento al public engagement, cf. A. De Bortoli, Iniziative di public engagement, in M. Morcellini – P. Rossi – E. Valentini (ed.), Unibook. Per un database sull’Università, Milano, Franco Angeli, 2017. Debbo ad Elena Valentini, tra l’altro, una puntuale ed intelligente revisione del presente testo. ↩
  33. Ho affrontato tale tematica, poi diventata centrale nei miei studi, anzitutto in M. Morcellini, L’essenziale è visibile agli occhi. Una riflessione radicale sulla comunicazione, Napoli, Editoriale Scientifica, 2018, con contributi di padre Vincenzo D’Adamo sj e del prefetto Carlo Mosca. ↩
  34. Il riferimento è al fondamentale testo di E. Morin, La testa ben fatta. Riforma dell’insegnamento e riforma del pensiero, Milano, Raffaello Cortina, 1999. ↩
Citazione:

M. Morcellini, Se cessiamo di essere Università. Verso un nuovo progetto culturale, in Fidei Communio 2/1 (2026), 47-61

DOI: 10.12875/FC261003